Le auto del cuore

Un salto nel passato grazie alla penna magica di Maria Cristina Calamai

C’è un dibattito molto sentito nella nostra zona, Campo di Marte e Coverciano, che riguarda la realizzazione della nuova linea della tranvia cittadina, quella che dovrebbe coinvolgere proprio le nostre vie d’accesso alla città. Complice, inutile girarci intorno, il progetto di rivitalizzazione dello stadio Franchi, rimesso a nuovo, finanziato con molti denari dell’Unione europea proprio in virtù del valore artistico storico della struttura di Pierluigi Nervi, ormai obsoleta ma degna comunque di essere rinnovata e soprattutto slavaguardata. Nessuno conosce ancora il pensiero del Presidente della Fiorentina in merito, ovvero se la squadra giocherà ancora lì, ma il Sindaco Nardella non ha dubbi, i soldi ci sono e verranno utilizzati proprio per la realizzazione del progetto.

Tutto bene, ma…la tramvia è un’altra cosa, l’impatto che avrà sul nostro quartiere non è affatto risibile.: cantieri aperti per lungo tempo, abbattimento di alberi , riduzione delle carreggiate stradali , posti auto scomparsi, rumore nelle vie esposte, il gioco vale la candela? E’ ciò che si domandano i cittadini, servirà davvero? Cosa toglie e cosa aggiunge questa nuova linea al nostro quartiere?

Difficile rispondere, certo è che altre linee tranviarie sono già state realizzate in città e se l’obiettivo è quello di creare una sorta di rete che unisca le varie zone cittadine e l’immediata periferia, la mancanza della nostra ne farebbe un progetto zoppo. Se la linea funzionasse, si ridurrebbe l’uso delle auto con beneficio della qualità dell’aria, delle polveri sottili che ogni inverno ci assillano quando non piove, potremmo raggiungere con comodità il posto di lavoro senza lunghe attese imbottigliati nel traffico nelle ore di punta, insomma ci sono i pro e i contro e il dibattito è ancora molto aperto e acceso.

Va detto che oggi in giro di auto ce ne sono davvero tante, troppe, ogni famiglia media ne possiede almeno due se non tre, marito moglie e figli quando, giunto il fatidico traguardo del diciottesimo anno, di corsa la patente e auto muniti, così ognuno è autonomo dall’altro familiare. Quando però la sera ci ritroviamo tutti insieme intorno al desco le auto dove si mettono? Giri, giri infiniti alla ricerca di un posticino che non c’è perché tutti hanno la stessa idea, i parcheggi son quel che sono, il garage non tutti lo hanno, i vigili sono spesso in giro e fioccano multe a tutt’andare.

Eh son passati i tempi, quando Berta filava, quando le strade erano deserte e se vedevi passare un’auto era inevitabile seguirla con lo sguardo quasi si trattasse di un oggetto misterioso sceso sulla terra chissà da quale pianeta!

L’evoluzione del mezzo pubblico a Firenze ha radici lontane. Risale infatti al primo di giugno 1865 il primo mezzo pubblico nella nostra città, esattamente 156 anni fa da p.zza della Signoria, partì il primo omnibus a cavalli. Funzionava dalle 8.00 alle 22.00 e i nostri concittadini potevano recarsi a Porta San Gallo, Porta Romana, Porta alla Croce e Porta al Prato. Furono attivi fino al 1922 ma prima di questa data funzionava già anche il tranvai trainato da cavalli e successivamente la tramvia a vapore soppressa nel 1935. Fu la volta della tramvia elettrica che ci disse addio solo nel 1958.

Ormai in città fecero la loro comparsa anche i filobus e gli autobus esattamente come oggi.

Come è ovvio questi mezzi circolavano in strade semideserte giacchè il trasporto privato era pressoché inesistente. Erano sufficienti i pochi vigili ai crocevia che su una pedana bastavano a dirigere il poco traffico.

Pian piano però le cose cambiarono, agli inizi degli anni ’60, l’auto divenne l’oggetto del desiderio di ogni famiglia, un desiderio possibile con l’avvento delle utilitarie, figlie del boom economico che la Fiat seppe sfruttare al meglio. La prima in ordine di tempo fu la mitica “Topolino”, in realtà il vero nome era Fiat 500 e fu prodotta dal 1936 al 1955. Fu Benito Mussolini, nel1930, a chiedere a Giovanni Agnelli di creare e immettere sul mercato un’auto piccola, poco costosa( 5.000 lire) per motorizzare gli italiani, subito imitato dal collega Hitler che si affidò a Ferdinard Porche dando vita a quella che in Italia sarebbe stata chiamata “maggiolina” ( in tempi più recenti arrivò anche il “ maggiolino” della casa automobilistica tedesca Volkswagen)

.La Topolino fu la prima auto di proprietà di mio padre, usata, con una carrozzeria non in ottimo stato. Non so ancora come potessimo starci in quattro in quella bomboniera che io ribattezzai “ Scarcassina” . Comunque la scarcassina non ci deluse mai, sempre sul pezzo, ci ha portati ovunque.

Poi fu la volta di un altro mito: “ La 600” , sempre prodotta dalla FIAT, ebbe un successo enorme. Il costo era contenuto, i costi di gestione bassi, insomma un’auto alla portata di tutti, più o meno. La nuova utilitaria, realizza da Dante Giacosa , ingegnere, designer e accademico italiano, fu presentata il 9 marzo 1955 a Ginevra, nel Palazzo delle Esposizioni. Complice ovviamente il boom economico di quegli anni, le richieste furono altissime tanto che i tempi di consegna in poco tempo, superarono l’anno.

La Topolino non ne poteva più poverina, e fu così che la cambiammo con una fiammante 600 nuova, questa volta, color verde pisellino. Ricordo un aneddoto. Frequentavo la scuola elementare a quel tempo e mio padre veniva a prendermi all’uscita con la nuova macchina. Io me ne vantavo tanto quanto basta salutando dal finestrino le mie compagne di scuola compresa Patrizia, compagna di banco. Suo padre, ancora non possedeva un’auto. Passato del tempo Patrizia con malcelato orgoglio mi disse: Sai anche io ho adesso una bellissima auto. Bene, risposi, Anche tu la “600”? “ No cara, la mia è la 750!!!. Era esattamente uguale alle 600 ma aveva un 150 in più…tanta roba!!

Fra gli anni ’60 e i ’70, fu un fiorire di auto utilitarie e non, oramai anche l’italiano medio non poteva più farne a meno e l’industria dell’automobile, in primis la casa automobilistica torinese, divenne leader della produzione, dando una spinta all’occupazione assumendo mano d’opera anche specializzata di cui aveva bisogno. Si cominciò ad asfaltare tutte le strade cittadine, e, proprio in quegli anni iniziò il lungo cammino delle autostrade. La prima fu chiamata Autostrada del sole che vide il suo compimento nell’anno 1964. Il tratto appenninico che congiunge Bologna con Firenze e che permise di ridurre il percorso ad un’ora e 15, fu sicuramente il tratto più impegnativo caratterizzato da molte gallerie e viadotti. Durante i lavori per la costruzione dell’Autostrada molti lavoratori persero la vita. Alla loro memoria è dedicata la Chiesa di San Giovanni Battista presso Firenze o, più semplicemente, Chiesa dell’Autostrada, che venne realizzata nel 1964 al termine della costruzione dell’autosole, progettata e disegnata da Giovanni Michelucci nel 1960.

Le auto di quegli anni, oggi tutte d’epoca e di interesse storico, le vediamo ancora grazie ai molti raduni organizzati dai var clubs, agli appassionati che le hanno acquistate o tenute come un caro ricordo, dei quali anche io faccio parte.

Quello che uscì dai disegni di coloro che le pensarono, andò oltre la loro immaginazione ma anche di quella degli utenti. Con l’auto propria si aveva la possibilità di spostarsi autonomamente, non solo per lavoro ma anche nel tempo libero, visitare luoghi lontani, partire e tornare a proprio piacimento. In quell’epoca il veicolo acquistato era coccolato e accudito, doveva essere sempre bello pulito dentro e fuori. Non era difficile vedere frotte di automobilisti, magari fra i boschi in prossimità di corsi d’acqua o fontanelli, armati di secchio e spazzole lavare la propria auto.

C’era una gran voglia di modernità, insieme all’altra di lasciarsi alle spalle un periodo nero di un non lontano passato, la seconda guerra mondiale.

Alcune caratteristiche delle auto di allora, oggi fanno quasi tenerezza: che dire per esempio delle portiere a vento? Quasi tutte le prime utilitarie le avevano così, pericolosissime fra l’altro perché anche a velocità non elevata, se non chiuse bene, finivano con l’aprirsi e conseguentemente far uscire dall’abitacolo il passeggero che si aggrappava alla maniglia,anche se, va detto, molto amate da chi voleva osservare le gambe delle signore mentre uscivano dall’auto. Gli indicatori di posizione, alias frecce, sbucavano fuori da una piccola porticina a lato guida, gli abbassa finestrini manuali…una faticaccia incredibile, i tergicristalli, piccolissimi che riuscivano a pulire solo parte del cruscotto.

Come già detto la FIAT fu la protagonista per quanto riguarda lo sviluppo automobilistico nazionale, mentre Piaggio e Innocenti lo furono per i mezzi a due ruote, Vespa e Lambretta.

Di auto straniere in giro non se ne vedano molte anche perché i dazi alle frontiere ne limitavano l’importazione. Non ne sentivamo molto la mancanza allora perché avevamo le nostre eccellenze: Alfa Romeo e Lancia che rivolgevano la loro produzione ad una clientela più abbiente dati i costi elevati delle loro produzioni. Furono però proprio queste due marchi che, per favorire le vendite, introdussero il pagamento rateale attraverso le cambiali, poi imitate anche dalla Fiat che lo diffuse anche per l’acquisto delle utilitarie. Fra i vari modelli Alfa Romeo ne cito due, l’Alfa Romeo spider altrimenti detta “Duetto” diventata celebre nel mondo grazie al film “ Il Laureato” magistralmente interpretato da un giovanissimo Dustin Hoffman, e il modelle Giulia del 1962 detta “ L’auto disegnata dal vento”… quanta nostalgia della Giulia blu, ricordo che mio padre ne era addirittura geloso!!

Quelle auto avevano una personalità, riconoscibili oltre che dall’aspetto, persino dal rombo del motore, una Alfa Romeo è diversa da una Fiat, anche appena si avvia si nota la differenza, lo stesso si può dire delle Lancia, senza parlare poi delle spider, Porche, Lamborghini e della inconfondibile Ferrari.

Nostalgia? Un po’ sì, io riuscivo a riconoscerle tutte allora…adesso no, adesso mi sembrano tutte uguali, e in effetti lo sono.

Maria Cristina Calamai

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