Agosto in città. Quando l’Arno era il “Mare Nostrum”

Ricordi del nostro mare nostrum dalla magica penna di Maria Cristina Calamai

Sembrava fosse passato qualcosa o qualcuno a portarsi via tutto anche le poche auto che c’erano, improvvisamente ascoltavi solo l’assordante silenzio in quelle vie vuote il primo giorno d’agosto. La fabbrica vicina a casa taceva e mi mancavano quei tonfi forti del ferro ammassato, del martello battuto, le voci forti degli operai persino qualche vecchia canzone stonata udita solo in lontananza. Restava solo lo stridio delle rotaie, il campanellino del passaggio a livello che annunciava il suo chiudersi od aprirsi, qualche bicicletta in attesa di passare di là, niente più.

Mi affacciavo alla finestra solo al mattino quando la calura era meno pesante in cerca di qualche passante che non passava. “ Mamma perché tutti sono al mare e noi siamo qui?” Chiedevo, “ Non possiamo lo sai il babbo lavora, ci andiamo a settembre”. Sì, settembre a quel tempo era ancora estate, un mese estivo come gli altri due, la scuola iniziava il primo di ottobre quindi per il mare c’era ancora tempo. Agosto si rivelava però un mese tutto da scoprire in città, per quei pochi rimasti addirittura magico, le strade vuote, le piazze assolate, i vicoli ombreggiati ci accoglievano nelle passeggiate del tardo pomeriggio, persino l’Affrico sembrava essere andato in vacanza, così vuoto che potevamo oltrepassarlo a piedi scendendo e risalendo le sue sponde utilizzando qualche viottolino meno scosceso.

Antonio, un ragazzino coetaneo che abitava nella casa accanto, suonava il campanello chiedendo a mamma se il giorno seguente mi avesse lasciato andare con lui a giocare sulle rive dell’Arno. “ Da soli no chiedo a Carla se ha voglia di accompagnarvi” Mia sorella non ne aveva voglia affatto ma mossa a compassione guardando il mio faccino ansioso in attesa di una risposta dall’”Oracolo di Delfi”, finiva sempre col dire di sì.

Armati di secchiello, paletta e costumino ci incamminavamo ai bagni di Bellariva con la solenne promessa di non bagnarsi perché l’Arno non è il mare ed è molto pericoloso.

Della serie “Il pericolo è il mio mestiere” Carla si tuffava appena arrivata. La seguivamo con gli occhi mentre nuotava sicura in quelle acque chiare e calme fino a quando, gocciolante, si sdraiava al sole sulla sabbia ruvida. “ Io ho imparato a nuotare qui, altro che mare, una volta che sai nuotare in Arno puoi nuotare dovunque! Diceva. Passavamo la mattinata così, in quel “mare nostrum”, costruendo fragili castelli di sabbia per terra ed altri in aria.

La sera, quando la calura lasciava il posto ad un flebile ma impagabile venticello, mi affacciavo di nuovo alla finestra in attesa della signora che, precisa come un orologio svizzero, camminava lungo l’argine dell’Affrico con un sacchetto. “Che farà?” mi chiedevo. Difficile a credersi ma quella signora elegantemente vestita con tanto di cappellino apriva il suo magico sacchetto e di lì a poco le correvano intorno una miriadi di talpe, non so da dove sbucassero, erano tante, le stava sfamando sì, erano proprio talpe!! Talvolta udivo anche pronunciare dei nomi, come se le conoscesse ad una ad una. Finito il suo fare se ne andava non ho mai saputo dove e con lei sparivano anche le talpe, a guisa di un pifferaio che col suo melodioso suono tutte porta con sé.

La domenica un po’ di mare toccava anche a noi. Tutti insieme appassionatamente, pigiati come sardine nella fiammante 600 color vede pisellino, ci incamminavamo verso Torre del Lago. Acceleratore a tutto fuoco sulla Firenze mare in un’oretta poco più eravamo sul posto. Eccolo finalmente il tanto desiato mare d’agosto! Non eravamo soli ad aver avuto quell’idea tanto che nella pineta vicina all’ora di pranzo pareva d’essere in piazza Duomo.

Molti seduti sui plaid pullulanti di formiche ed altri, come noi, più signori, seduti comodamente sulle seggiole pieghevoli intorno al tavolino, pieghevole anch’esso con tanto di tovaglia, termos, acqua vino e persino caffè!

Che buffi!! Non riuscivamo a far a meno neppure per un giorno al pranzo della domenica: pastasciutta scotta e risecchita infilata a forza nel termos grande, bracioline all’olio, patate arrosto insomma non mancava niente. Dopo? Pennichella all’ombra dei pini.

Il viaggio di ritorno era più stressante un po’ perché i vacanzieri domenicali ripartivano tutti insieme un po’ perché all’epoca, sulla Firenze mare c’erano le barriere, ovvero stazioni dove dovevamo pagare il pedaggio autostradale. Ce ne erano diverse lungo il tragitto e allora si formavano code infinite. Raggiunta la città la ritrovavamo come l’avevamo lasciata al mattino, quasi deserta.

Nelle sere d’agosto, talvolta, mia sorella reclamava qualche svago in più. Oddio non che non si svagasse abbastanza lei, tutto il pomeriggio alla Fontanella! No, voleva andare anche al cinema.

Così scorrevamo il giornale in cerca di qualche titolo avvincente. Il centro era lontano, la prima visione troppo cara e allora o Portico o Fiorella o Ciofini tanto tutti avevano la loro arena giardino.

Erano belli quei cinema all’aperto con quelle seggiole di legno attaccate le une alle altre, con lo schermo enorme e l’audio che all’esterno rimbombava, con le voci del doppiaggio sempre riconoscibili si trattasse di Humphrey Bogart o John Wayne, Elizabeth Taylor o Marylin Monroe con le case che si affacciavano sul giardino e gli inquilini alla finestra a godersi a sbafo gli spettacoli ogni sera.

E poi? E poi c’era l’emblema di agosto Il Cocomero. Proprio di fronte a casa mia poco prima del passaggio a livello a fine luglio arrivava il banco del cocomeraio. Era fatto con poche cose, quattro assi di legno, un tettuccio che stava a mala pena ritto al quale erano attaccate tre lampadine e delle enormi botti verdi a mo’ di ghiacciaia e davanti un enorme cartello con scritto “ Brucia Faenza”.

Tappa fissa quasi quotidiana presso quel banco. Era un signore molto gentile che mi offriva sempre una fetta tessendo le lodi della sua merce: “ Mangia, mangia senti come l’è bono i mi cocomero l’è dolce, l’è rosso vero bambina?” Io annuivo con la testa mentre gocciolavo da tutte parti addentando quella fetta più grande di me.

Ricordi di un agosto come tanti altri, un agosto passato in città fra ventagli, sbuffi, cocomeri ciliegie e il mare d’Arno, quando la vacanza non era un diritto ma una voglia che non sempre potevamo permetterci, quando anche sotto il solleone sapevamo apprezzare quel poco che avevamo, un agosto pieno di nostalgia.

Maria Cristina Calamai.

Foto dei Bagni Comunali di Bellariva, Pino Pini. Gruppo Fb “Quelli di Bellariva”

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