Una botta di vita

Un bellissimo ricordo della nostra Maria Cristina Calamai..

Ogni anno, in prossimità della chiusura dell’anno scolastico, le mie colleghe ed io decidevamo di fare una cena insieme, niente di nuovo, tutti i colleghi di lavoro di solito lo fanno…ma forse, in questo caso, serve un flashback.

Insegnavamo, allora, in una scuola particolare, la prima che sperimentò l’inclusione di bambini diversamente abili in una scuola “cosidetta” normale. Avviammo una sperimentazione sotto l’attenta osservazione di ispettori ministeriali che avevano il compito di seguirci, monitorare la situazione, relazionare, al fine di conoscere se, l’esperimento poteva essere attuato anche in altre scuole. L’impegno e l’entusiasmo non vennero mai meno anche se il lavoro non fu affatto facile, eravamo tutte, solo donne, motivatissime, rivoluzionammo l’assetto didattico superando il concetto di classe con quello di istituto. In altre parole lavoravamo per gruppi di livello quando era necessario un insegnamento differenziato, ricongiungendo i vari gruppi quando proponevamo attività ludiche pur sempre guidate e finalizzate all’apprendimento. Nessuna di noi aveva la sua classe e i suoi bambini in un certo senso ognuna aveva tutti. La struttura scolastica era funzionale a quel tipo di didattica, senza barriere architettoniche con spazi polifuzione che si aprivano e chiudevano secondo necessità, insomma una scuola modello. Non dico quale sia ma c’è ancora e si trova a Firenze, non lontano dal nostro quartiere. Il sabato la scuola era chiusa per i bambini ma non per noi insegnanti impegnante nella programmazione e nella valutazione dei risultati, pronte a cambiar rotta ogni qualvolta riscontravamo che le risposte attese non erano quelle che speravamo. L’obiettivo primario era quello di valutare i progressi di tutti ma anche e soprattutto, quelli dei bambini con handicap, non solo l’aspetto della socializzazione, abbastanza facile, ma quello dell’apprendimento. Creammo materiali ad hoc differianziati per le esigenze di ciascuno, insomma tanto tanto lavoro ma eravamo giovani, preparate e piene di voglia di cambiare, sperimentare nuovi percorsi rifiutando lo “status quo” della scuola che non apprezzavamo affatto.

Un giorno si presentò nella nostra scuola una suora: “ Sono la nuova insegnante, mi hanno mandata qui ma sappiate che non ci vengo affatto volentieri, so cosa state facendo e non concordo niente.” Come biglietto da visita non fu un gran che! Alcune di noi, non la presero bene e iniziarono una guerra aperta opponendo sempre “no” a qualsivoglia proposta facesse. Io, per carattere invece, non ero d’accordo con quella posizione intransigente anche perché suor Giuseppina era lì, era una docente tale a noi, esperienza ne aveva si trattava di tirar fuori il bello e il buono che aveva, perché lo aveva certamente. Infatti, per esempio , cantava bene, conosceva tante fiabe e quel suo atteggiamento da “ Nonna chioccia” a noi mancava un po’. Certo, mentre noi eravamo intente a stilare tabelle, dati, grafici, sociogrammi e schede, Lei lavorava all’uncinetto e ci mostrava, alla fine di ogni sabato, il suo lavoro, bellissimo, un ricamo perfetto bianco come il latte che ci incantava ogni volta.

Così, poco per volta imparammo a conoscerla Suor Giuseppina, i bambini la cercavano spesso e lei era sempre pronta a rispondere ai loro richiami. Sapemmo anche, non per sua bocca perché non lo avrebbe mai fatto, quanto si prodigasse per gli altri, per i più deboli per coloro che avevano effettivo bisogno, visitando il suo rifugio a Settignano. Una francescana nel vero senso della parola.

Orbene torniamo all’inizio.

Decidemmo che la cena di fine anno l’avremmo trascorsa in un ristorante spazioso nei pressi delle Cave di Maiano. Ovviamente suor Giuseppina disse che non sarebbe venuta ma…insistemmo tanto che alla fine acconsentì con la promessa che l’avremmo accompagnata a Settignano a cena conclusa. Eravamo donne, giovani ma quasi tutte sposate e qualcuna con prole di pochi mesi. Ci sedemmo con Suor Giuseppina a capo tavola. Di lì a poco il tavolo adiacente al nostro si riempì, un tavolo di soli uomini, anche loro dovevano festeggiare qualcosa. A nessuna di noi sfuggì che ci stavano guardando fino a che il più anziano della compagnia, rivolgendosi a suor Giuseppina le chiese” Buonasera sorella o chi son tutte queste belle ragazze?” Suor Giuseppina senza esitare rispose “ Tutte novizie” L’ilarità fu incontenibile dall’una e dall’altra parte dei tavoli. Pensammo noi a riferire la verità così come gli altri spiegarono che si trattava di una squadra di calcio che stava festeggiando la vittoria del campionato di categoria…quale non lo ricordo. Così fra un brindisi e l’altro non ci accorgemmo che il tempo stava passando e le bottiglie svuotandosi…Io, guardavo spesso l’orologio, “Ragazze è tardi” ripetevo ma non trovavo nessuno disposto ad ascoltarmi “ Ci stai un po’ zitta, non usciamo mai per una volta che abbiamo trovato una bella compagnia una tatum si può fare tardi o no?” Fu proprio in quell’istante che a qualcuno venne in mente di concludere la serata degnamente dove? Al Petit bois, tanto per far quattro salti. “ No grazie noi non possiamo dobbiamo riaccompagnare Suor Giuseppina al convento, a Settignano” dissi. “ Nessun problema veniamo anche noi” risposero all’unisono dall’altra parte del tavolo. Non riuscii a convincere né gli uni né le altre e la lunga fila di auto in marcia rischiarava il bosco in quella stradina tortuosa e stretta. Giunti a Settignano suor Giuseppina ,senza prediche o raccomandazioni, ci salutò con un sorriso stampato sul volto: “ Buona serata, divertitevi bambine!”…e ci divertimmo tantissimo!!

La mattina seguente era sabato, giorno di programmazione ma non programmammo un bel niente tutte a raccontare la “ botta di vita” della sera precedente. Che nessuno pensi male mi raccomando, fu solo una serata festosa e diversa che nessuna di noi si sarebbe aspettata. Suor Giuseppina anche quella mattina non si separò dal suo uncinetto ma con la coda dell’occhio, ascoltandoci , nascondeva un malcelato sorriso.

Maria Cristina Calamai.

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