Il campino di Moquette.

Francesco ci racconta un suo bellissimo ricordo legato al centro tecnico di Coverciano..

Quando eravamo ragazzini il nostro inseparabile compagno di giochi era il pallone, il nostro Maracanà il cortile sotto casa. Poi si cresce, il cortile diventa piccolo, l’asfalto duro (soprattutto per me che mi piaceva giocare anche in porta), e allora si va ai campini del campo di marte. Ma son ridotti peggio del cortile, il pallone rimbalza sbilenco sulle zolle manco fosse da rugby. Ok, trasgressivi abbestia si scavalca la recinzione e si entra nel campo di baseball, solo che Angiolino il custode arriva sempre sul più bello a buttarci fuori. Che fare allora? Ci si ingegna!
Al Centro Tecnico di Coverciano (sì proprio quello, scusate se è poco) ci sono un sacco di splendidi campi da calcio regolamentari, ovviamente off limits. Ma in fondo al complesso, confinante col viale Verga, hanno da poco allestito un campetto piccino picciò, da calcetto (che all’epoca non esisteva come sport ufficiale), le porte con la rete, le strisce in terra, ma soprattutto era uno dei primi col fondo in erba sintetica. Ma per noi quello era… il “campino di moquette”.

Un sogno. E doveva essere nostro!
Provammo un paio di volte a entrare come se nulla fosse dall’ingresso principale di via D’Annunzio, quello visto tante volte in TV per gli allenamenti della Nazionale di Mazzola e Rivera. Una volta riuscimmo a fare due, forse tre tiri in porta prima che arrivasse il guardiano (in divisa della FIGC, altro che Angiolino!). Un‘altra volta fummo bloccati ancora prima di arrivarci, forse andarci in pantaloncini, magliette colorate e pallone sotto braccio non era il massimo per non dare nell’occhio. Serviva un’altra strategia.
Studiammo il modo di scavalcare la recinzione direttamente dal viale Verga contando sul fatto che la reception coi guardiani era ben lontana dalla parte opposta. Ma era troppo alta per noi, il cancellino piccolo ma robusto, pieno di spunzoni e chiuso con un lucchetto. A qualcuno venne anche in mente di entrare con una scusa nella reception e fregare la chiave. Avevamo visto troppi film di Arsenio Lupin.
La chiave… la chiave… Un giorno l’illuminazione: ma scusate, se non possiamo avere la chiave di quel lucchetto non è detto che non possiamo avere… un altro lucchetto!
Cioè? 
Cioè che lo sostituiamo con uno nostro, tanto da questo cancello non entra e esce nessuno, chi vuoi che se ne accorga che il lucchetto è stato cambiato? 
Presto, dal ferramenta!
Sapevamo di fare una cosa parecchio al limite, il lucchetto originale andava comunque forzato, per cui massima attenzione a tutti i particolari: discrezione innanzitutto, nessuno al di fuori di noi 4 o 5 doveva sapere della genialata, sarebbe stato bello farsi grandi con gli amici ma non si poteva rischiare. E poi, una volta sostituito il lucchetto originale col nostro, non dovevamo entrare un giorno sì e uno pure, altrimenti buonanotte, sarebbe durata da Natale a Santo Stefano.
Uhm… Natale… Santo Stefano… Eureka! Altro colpo di genio: saremmo andati a giocare al campino di moquette… solo nei giorni di festa! Pasqua, Natale, Capodanno, nei giorni insomma in cui il centro tecnico era sicuramente chiuso e i guardiani a casa.
E così fu. Il nostro campionato fu giocato nei ponti di primavera, Pasqua, 25 Aprile, partite indimenticabili, rigori, punizioni, takle scivolati, tuffi all’incrocio dei pali, senza lividi e senza sbucciature, sudati e felici.

Arriva il Primo Maggio, festa di tutti i lavoratori.

Tutti meno uno! Il guardiano. Che alla fine del primo tempo arrivò di corsa e non si capacitava da dove fossimo entrati. Raccogliemmo le nostre cose e ci preparammo a seguirlo mesti verso l’uscita principale.

Quando uno di noi, forse perché gli faceva fatica fare tutto il giro, forse a spregio giusto per fargli sapere che ci aveva beccati ma che eravamo stati comunque dei ganzi, prese tranquillamente la via del cancellino, lo aprì serafico, e uscì. 
Svelando il segreto.
Il giorno dopo il lucchetto fu cambiato con uno decisamente più robusto, chissà se c’è ancora.

foto dal web

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