Il suono del silenzio

Un bellissimo scritto della nostra Valentina….

11 marzo 2020 il decreto del governo di Giuseppe Conte estende a tutto il Paese la zona rossa a causa del Covid-19. E’ pandemia. Una parola forse più brutta di quello che realmente significa. O almeno su di me ha sempre avuto questo effetto. Tutti a casa. Almeno fino ad inizio del mese di aprile. La gente non c’è più. O meglio: le persone esistono ancora, ma sono chiuse in casa. Italia zona protetta. Il decreto permette ad alcune aziende di restare aperte e di poter continuare a lavorare. Io che ero impossibilitata a lavorare da casa, nonostante la pandemia e con le dovute accortezze continuo ad andare in ufficio. In centro. A due passi da Piazza del Duomo. Il primo giorno di lavoro durante questa emergenza sanitaria, non lo scorderò mai. In giro per il centro storico non c’è nessuno. Piazze vuote, negozi chiusi. Strade deserte. Si trova pure parcheggio. Firenze, la nostra Firenze, sempre sotto i riflettori, sempre ammirata da turisti del tutto il mondo è una città è deserta, sul serio. Tutt’attorno, vuoto e silenzio. Bar, locali ristoranti e negozi di ogni genere sono chiusi, cartelli che invitano le persone a non mollare, a stare uniti, che insieme ce la faremo. Andrà tutto bene. In tutti questi giorni ho attraversato Via Cavour nel più rigoroso silenzio. L’unico rumore che riuscivo a percepire era quello dei miei passi. Da alcune finestre aperte arrivavano delle voci, e le uniche che si sentivano riguardavano il Coronavirus. Non si parla d’altro, e della vita che cambia. Mi è sempre preso il pianto in queste settimane. Vedere la nostra città così faceva davvero male, un tonfo sordo e secco al cuore, che lasciava davvero senza respiro. In quelle settimane lunghissime, uscita dal lavoro, sono sempre andata davanti al Duomo e ho cercato di parlare con la città: le ho detto di resistere a questo silenzio forzato, perché presto saremo tornati a parlare; di resistere a questa solitudine perché molto presto saremo riusciti a tornare a stare tutti insieme. Di resistere a questo niente, perché saremo tornati presto ad essere qualcosa. La città più bella, tra le più belle. Da tre giorni a questa parte, si è ripopolata un po’, anche se tanti negozi hanno ancora i bandoni abbassati e ci vorranno ancora un paio di settimane prima di ritrovarli presenti. Ma chi ha potuto riaprire l’ha fatto. E’ stata una rinascita. Una festa. Una sorta di seconda inaugurazione. Dove, senza aggiungere altro o voler fare della retorica banale, in queste settimane, il senso di libertà è stato fortissimo. A tratti, potente. Coinvolgente.“E’ una voliera”
“ Una voliera?”
“Sì”
-“E a cosa serve?” Hervè Joncour teneva fissi gli occhi su quei disegni “tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volare via.” Una delle mie frasi preferite da sempre di Baricco.
E se avessi avuto una voliera, lunedì quattro maggio l’avrei spalancata per non richiuderla mai più. Buona ripresa Firenze mia. 
  RispondiInoltra

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