Night fever: discoteche nella storia e nell’anima

di Duccio Magnelli

Le discoteche come opere d’arte, dove la moda, la musica, il design, l’arte visiva e la grafica si uniscono per dar vita a una sperimentazione totale. Questo il senso di Night Fever, che racconta l’evoluzione del “mondo disco” dagli anni Sessanta a oggi: una mostra nel senso più ampio del termine allestita al Centro Pecci di Prato.

L’itinerario parte appunto dagli anni Sessanta, dall’Electric Circus inaugurato nel 1967 a New York, il punto zero da cui tutto ha avuto inizio. Da lì si approda subito a un luogo mitico per i nottambuli fiorentini: lo Space Electronic di Via Palazzolo, inaugurato nel 1969, progettato dalle menti visionarie del Gruppo 9999. Una vecchia officina meccanica alluvionata e ancora puzzolente di acqua sporca, in gran parte arredata con oggetti di recupero. Una discoteca e un centro di cultura, in cui hanno trovato ospitalità anche il Living Theatre e Dario Fo. Allo Space hanno tenuto i propri concerti grandi nomi della musica di allora, dai Canned Heat, a Sly and Family Stone, Rory Callagher, PFM, Area. In quegli anni, sulla scia di un effimero che a molti è sembrato di lunghissima durata, sono stati inaugurati anche il Piper di Torino e il Bamba Issa di Forte dei Marmi.

Negli anni Settanta la storia della disco ha trovato la sua massima espressione nello Studio 54 di New York, inaugurato nel 1977, che nonostante la sua breve vita è diventato la discoteca forse più famosa di tutti i tempi. Era l’anno di John Travolta e di Saturday Night Fever, di una generazione di ragazzi che si divertivano a imitare la magica coordinazione di braccia e gambe di Tony Manero.

La mostra del Pecci ospita immagini fondamentali per capire quel periodo quasi mistico. C’è una gigantesca Grace Jones in bianco e nero mollemente appoggiata al bancone di un bar con un calice in mano. Ci sono Keith Haring, Jean Michel Basquiat, Andy Warhol, icone artistiche e trasgressive di un tempo breve in cui tutto sembrava possibile. Ma ci sono anche gli impianti luce di allora, veri e propri prodigi di una tecnologia senza computer. E perfino i progetti originali dei locali, disegnati rigorosamente a mano (alla faccia di AutoCAD!).

Per noi, e per il nostro vissuto, il punto più alto della mostra è stata però una pista, esatto rifacimento di quelle dei locali di allora, con cuffie penzolanti dal soffitto e luci blandamente psichedeliche. Quattro settori per quattro epoche diverse: la pre-disco, la disco, la techno e la house. Per ascoltare, in un crescendo di emozioni, le canzoni di Barry White, Donna Summer, Silvester, i Kraftwerk… Su quella pista siamo tornati quelli di quaranta anni fa. E ci siamo ritrovati a muoverci come allora. Beh, forse più lenti, con le braccia e le gambe che non sono riuscite a coordinarsi come nel ‘77 (ma forse ormai nemmeno Travolta ci riesce più così bene), ma con la stessa voglia di sognare.

Per chi allora c’era, sicuramente una mostra da vedere. Chi allora non c’era forse non apprezzerà un’epoca magica, ma priva di cellulari e social.

Fino al 6 ottobre.

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