Parigi val bene una messa

Una bellissima esperienza di vita della nostra Maria Cristina Calamai che ci porta fuori da quelli che sono i confini del Q2….destinazione Parigi.

“Parigi val bene una messa” disse Enrico di Navarra prima di abiurare la sua religione e convertirsi al cattolicesimo. Non dico di arrivare a tanto ma Parigi vale sicuramente la pena di qualche sacrificio in più perché scoprirla pian piano, giorno dopo giorno, percorrendola a piedi è come assaporare un bicchiere di buon vino, sorseggiarlo lentamente per gustarne tutte le qualità. Ebbene io l’ho fatto…non proprio di spontanea volontà, debbo essere sincera, ma ringrazio la mia guida familiare che mi ha quasi costretta perché diversamente non porterei con me i ricordi e la magia che nasconde e suscita questa città.

Abitavo in uno “studiò” di Montmartre nel XVIII arrondissement, praticamente un buco corredato di cucina bagno e letto affittato al modico prezzo di euro 500 mensili. Mio figlio abitava in un analogo buco poco lontano ma più grande e, conseguentemente, più costoso… Parigi o cara…cantava Violetta, capisco perché!

Abitare a Montmartre però offre dei vantaggi: apri la finestra e vedi svettare le cupole del Sacro Cuore, esci e già al primo mattino inizi a respirare arte. Si riempie presto la piazzetta alberata, basta una sedia, un cavalletto di fortuna, la scatola dei colori e, dalle sapienti mani degli artisti, ne escono ritratti, scorci parigini, romantiche piazzette, tetti pieni di gatti , un mondo colorato forse retrò ma pieno di fascino.

Se non amate la musica evitate Montmartre perché ad ogni angolo troverete un musicista che offre ai passanti la sua musica, note melodie Parigine che il suono dell’organetto rende talvolta struggenti. Lo senti da lontano e lo segui come un topino seguirebbe il suo pifferaio allorché, girato l’angolo, te lo trovi davanti e ne vieni definitivamente rapito. Ricordo che un giorno udii in lontananza le note della” La Vie en rose “ , non era un organetto né riconobbi alcun altro strumento musicale eppure quel suono aveva un che di celestiale, bellissimo. Mi avviai, seguendo la musica, su e giù per le stradine di Montmartre quando mi trovai davanti, seduto intorno ad un lacero tavolino di legno un giovane ragazzo che suonava con i polpastrelli dei bicchieri. Mi ritrovai davanti a lui, ad ascoltarlo mentre mi scendevano lacrime che non fui in grado di trattenere. ..Tu chiamale se vuoi emozioni…avrebbe cantato Battisti, ebbene sì.

Mio figlio podista mi prelevava presto dal buco, avendo già programmato il percorso giornaliero…tutina, scarpe comode zainetto in spalla e via, non prima di aver fatto colazione però! Ma a Parigi esistono i bar? Sì ma non sono come i nostri, qui puoi ordinare solo caffè( si fa per dire) , latte, cappuccino ma se vuoi mettere qualcosa sotto i denti, prima di recarti al bar deve visitare la “boulangerie” Di solito nelle immediate vicinanze di un bar si trova sempre una boulangerie che in realtà sarebbe un panificio ma si trovano anche ottimi croissant. La più famosa e premiata si trova proprio a Montmartre, trattasi di : Le Grenier à Pain se si ha un debole per il dolce non si può non farsi tentare dalla tartina al cioccolatoche: è deliziosa! Bene, fatta la spesa puoi tranquillamente sederti al tavolino del bar e ordinare il caffè. Fosse facile! Io sono l’incubo dei baristi tante e quante pretese ho: “ Buongiorno, vorrei un caffè decaffeinato, macchiato, molto, con schiuma in tazza piccola…dimenticavo mi serve anche i dolcificante!! Mio figlio che ovviamente sa, mi zittisce con un occhiata velenosa: “ Mamma non ti ci provare!!”. Mi rassegno accontentandomi di ciò che mi viene servito…la prima volta è traumatico dopo ci si fa l’abitudine.

Siamo pronti dove andiamo? Visto che non siamo troppo lontani oggi visitiamo il cimitero PèreLachaise…proprio vicino non era ma una volta arrivati l’altmosfera che si respira…toglie il respiro, è immenso impossibile visitarlo tutto, sempre pieno di visitatori eppure relativamente silenzioso.

Mi faccio guidare e la prima tomba sulla quale ci soffermiamo è quella di Marcel Proust. Marcel Proust ha regalato all’umanità intera il suo capolavoro autobiografico “Alla ricerca del tempo perduto”, flussi di coscienza e ricordi che in maniera stupefacente prendono il là dall’assaggio di un biscotto…e quante ce ne sono di “madleine” sulla sua tomba.

Aveva ragione il nostro Foscolo le urne dei grandi richiamano alla mente le loro opere è come rileggerle in quel momento se sono stati scrittori o poeti, oppure riecheggiano nella mente le note e le melodie se trattasi di musicisti, così come i colori e i paesaggi se sono stati pittori. Qui ce ne sono tanti, ma tanti tanti :Camille Pissarro, Fryderyk Chopin, Molière, Honoré de Balzac, Sarah Bernhardt, Amedeo Modigliani, Osca Wilde la grande Edith Piaf, Jim Morrison la cui tomba è stata ormai trasformata in tempio dai fans che giungono da tutto il mondo.

Non è il caso di fare graduatorie, son tutte tombe di grandi, uomini e donne e questo basta.

Lo stomaco ci sta parlando: “Non sarebbe il caso di sedersi a sgranocchiare qualosa?”…. lo ascoltiamo, usciamo e cerchiamo un tavolino nel vicino quartiere di ” Belleville,. Stradine strette, Sali scendi ma anche e soprattutto una meravigliosa vista dall’alto di Parigi. Belleville è un quartiere tutto da scoprire, pieno di gente colorata come i suoi muri, piatti etnici dal cinese all’arabo. Non che non vi siano brasserie a Belleville, ma sono diverse, meno formali, tutto è alternativo qui, anche i ristoranti! Opto per il cuscus, piatto che conosco, sicura di cadere in piedi e sbaglio perché il cuscus si cucina in molti modi e difficilmente riuscirai ad assaporare lo stesso gusto recandoti in locali diversi…comunque non male…forse troppo speziato questo per il mio palato…ma va bene lo stesso.

Per oggi può bastare cara la mia guida, lui torna nel suo buco io nel mio ….” Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade, lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata…sto con le quattro capriole di fumo del focolare”

Domani è sabato, penso, chissà quanti passi e quante calorie dovrò consumare!
Ma dico, a Parigi c’è la metropolitana più efficiente d’ Europa perché non servirsene? Niente da fare, zaino in spalla e scarpinare…mi rassegno, d’altronde la mia guida è anche il mio interprete è qui ce n’è bisogno visto che i parigini, un po’ spocchiosi, non sono inclini a far molti sforzi per capirti…sbuffetto e girano le spalle!

“Mamma oggi ti farò contenta!!”:” Sacrè Coeur, Bolevuovarde de Clischì,… Place Vendôme”…”le gioiellerie?”“Esclamo!! “Sì, le più belle di Parigi!…prima di osservar l’effimero però, faremo un po’ di spesa…e dove meglio che al mercato di Barbès.”

Il Mercato Barbès è un suggestivo mercato che si svolge il mercoledì e il sabato nel 18° arrondissement parigino, sotto la sopraelevata della linea 2 della metropolitana su Boulevard de la Chapelle. Situato in una zona di Parigi poco turistica e meno conosciuta, non lontano dal quartiere di Montmartre e dalla Basilica del Sacro Cuore, il mercato è molto attivo e frenetico, ed è possibile trovarvi ogni tipo di frutta e verdura, spezie rare, ma anche vestiti, accessori e oggetti vari a prezzi davvero economici. Non avevo mai visto prima un mercato più incantevole di questo, a parte la quantità e la varietà dei prodotti, sono i colori che affascinano, la folla, il frastuono. Ho l’impressione di non trovarmi a Parigi ma a Marrakech in uno di quei mercati pieni di spezie i cui profumi si mescolano dando vita a miscele odorose indefinibili e inebrianti.

Il Sacro Cuore è bellissimo, candido, con le due cupole simmetriche e la centrale che svetta dalla collina a godersi l’immenso panorama di Parigi.

Cammina cammina…et voilà eccoci a Place Vendôme . “ ehi, piano eh! Qui mi devo soffermare a lungo.”dico al podista dal passo veloce che non pare troppo interessato a quella sequela di negozi lussuosi, eleganti, super sorvegliati e a tutte quelle meraviglie luccicanti che espongono. Ci sono proprio tutti,la concentrazione di gioiellerie più alta al mondo: più di ottanta negozi di gioielli si trovano nelle strade che formano l’ottagono di Place Vendôme!
Tutte le grandi e più famose marche di gioielleria hanno scelto Place Vendôme come loro indirizzo:Alfred e Louis Cartier nel 1898, Joseph Chaumet nel 1902, Mauboussin, Aldebert, Alfred Van Cleef e Salomon Arpels, René Boivin, Gianmaria Buccellati, Tecla, Audemars Piguet, Poiraye molti altri.

Mentre ammiro estasiata alcune creazioni di Cartier, vedo, riflesso nel vetro della gioielleria, avvicinarsi un’auto lunghissima, una di quelle con sei finestrini oscurati, si ferma proprio lì, scende l’autista in alta uniforme, si sposta velocemente e, aprendo uno degli sportelli posteriori, lascia scendere una elegante e bellissima signora. Non so chi fosse cotanta ospite di quella auto ma dalla gioielleria, uscirono ad accoglierla ben tre commessi (credo lo fossero almeno). Mancava solo le avessero srotolato il tappeto rosso e sarebbe stato più o meno come l’ingresso trionfale di qualche star sul red carpet del Festival di Cannes.

Sì, io guardavo…qualcuno sicuramente era lì per acquistare!!!…domani è un altro giorno…si vedrà!!

Stasera sono sola…la mia guida, senza specificare troppo, mi ha detto di avere degli impegni… ovviamente non indago…anche se avrei una gran voglia di puntargli una luce negli occhi, legarlo alla sedia e gridare: Parla!!!!…meglio di no, mi spoglio delle vesti di madre italiana e fingo di indossare quelle di una qualunque madre di altre origini. Non ho neppure voglia di cucinare e, adesso che riesco a orientarmi abbastanza bene nella ville lumiere, esco e cerco una Brasserie. Non voglio allontanarmi troppo e opto per la La Brasserie Thaï, abbastanza vicina. Ottima scelta!!inizio con dei gamberi come antipasto e continuo con il pad Thai e la zuppa di latte di cocco e pesce. Avrete capito che la cucina è Thailandese.

Di solito sono piuttosto mattiniera invece, qui a Parigi riesco a dormire di più …sarà l’aria frizzantina o non so cos’altro…forse lo so, sono le lunghe camminate giornaliere alle quali non sono avvezza che mi stancano!!! Dalle finestre semichiuse del mio buco vedo filtrare il sole che sembra essere già alto…l’impegno della mia guida deve essere stato piuttosto lungo ieri visto che ancora non si è fatta viva…attendo fiduciosa.

Eccolo…”Occhietti poco vispi mi pare!”, “Dove siam diretti?”chiedo: “Quartiere a luci rosse!!” Non posso trattenere una sonora risata! “ e che ci azzecco io con il quartiere a luci rosse?” “ Ti ci porto di giorno mica di notte” risponde costui. “Ok, vada per il quartiere a luci rosse!”.

Ai piedi della collina di Montmartre, lungo il boulevard de Clichy, si trova il quartiere da sempre rinomato per…la cattiva fama! Pigalle.

Durante la nostra passeggiata osservo il celeberrimo e pittoresco Moulin Rouge che sorge accanto a due locali alla moda: La Cigale e La Locomotive, punti di ritrovo della notte parigina.

Ciò che attira la mia attenzione, però, sono i Sexy Shop . Ma quanti ce ne sono!! Uno accanto all’altro con le vetrine zeppe di oggettini …monotematici. Si va dalla tazza a forma di tetta gigante alla dissacrante torre Eiffel a forma di pene…mah! Ciò non di meno questi negozi sono sempre pieni di clienti e gli affari vanno a gonfie vele. “ Mamma se vuoi qualcosa di più “osé” dobbiamo entrare…alcune cose non si trovano in vetrina!” ridacchia la mia guida, sapendo in anticipo quale sarebbe stata la risposta! Mi verrebbe la dannata voglia di rispondergli: “ come no!…tu che mi consigli?”…invece mi taccio e per tutta risposta volto le spalle e mi dileguo a passi svelti lungo il viale alberato di Pigalle.

Tornata al desiato buco di Montmartre, mi affaccio alla finestra ad ammirare il passaggio, qui c’è sempre un discreto movimento, quando scorgo in lontananza comparire la mia guida in compagnia di qualcuno…” E quello chi e?” penso in solitaria. Lo avrei scoperto presto perché stavano dirigendosi proprio qui. “ Mamma ti presento il signor Marcel”…segue cognome che non so scrivere. Trattasi di un distinto signore di mezza età, ben vestito, dall’aria cordiale. “Bonsoir, madame. J’espère que vous apprécierez votre séjour à Paris. Je sais que tu as visité quelque chose à Paris. Vous aimez ça? Et avez-vous aimé notre cuisine?. Mi assale l’imbarazzo. In tutto quel tempo passato a Parigi non avevo ancora assaggiato un solo piatto francese !!! Mi toglie dall’impiccio moi figlio che risponde per me qualcosa che non comprendo ma capisco tutto quando il signor Marcel, ridendo alla francese preceduto dal consueto  intercalare : “oh là là” risponde  «  Nous devons le réparer immédiatement, demain vous serez mes invités, je vous emmènerai dans un restaurant que je connais bien où ils servent uniquement des plats de notre sublime cuisine! »

Per la cronaca : Il signor Marcel era il proprietario del mio buco, dell’altro più grande e di altri innumeroveli buchi sparsi per tutta Parigi ! !! Qui li chiamano Studiò, ma sono buchi, ognuno non più grande di 12 massimo 15 mq, ricercatissimi e per questo mooolto costosi…averne di buchi a Parigi…e il signor Macel li aveva.

Stasera non esco…spaghetti pollo insalitina e un tazzina di caffè… a Detroit…no a Montmartre Paris…meglio.

«  Oggi faremo un giretto breve…stasera ti devi agghindare come si deve, non credo che Marcel ci abbia invitati in una bettola…qualcosina di sobrio ma elegante ce l’hai ? » . « Pensa per te…tu cosa indosserai ?… jeans stappettati e maglietta ? » In effetti non avevo granchè da propormi, ma qualcosa mi sarei inventata, lì, per lì, non adesso.

E breve fu ma bellissimo !! Andammo a scoprire la magia del canale Saint-Martin.

E’ molto lungo il canale Saint-Martin ma sulle sue spallette basse è difficile trovare un posticino per sedersi tanto è pieno di giovani. L’atmosfera è davvero magica, circondati da artisti di strada in ogni dove, un affresco che ricorda una Parigi antica, quella bohemienne, quella di Charles Beaudelaire , porta bandiera del Decadentismo francese, che ne era profondamente innamorato.

Qui pochi turisti, solo parigini, a parte noi infiltrati.

Il canale Saint Martin richiama alla mente le indimenticabili scene di “Il favoloso mondo di Amelie”. In fondo in questo angolo di cielo dove ponti, platani, castagni costeggiano la via d’acqua, il ritmo rallenta ed è qui che assaporiamo davvero l’atmosfera retrò e romantica che tutti cerchiamo a Parigi.

E adesso? Che mi metto? Frugo con lo sguardo nell’unica anta dell’armadio per trovare qualcosa di adatto all’invito serale. Scorgo solo due abiti papabili, uno celeste ed uno nero. Mi sovviene alla mente ciò che diceva mia madre a proposito del colore celeste: “ Il celeste? Tutti i bischeri riveste!”, quindi potrebbe andare…poi ci ripenso e propendo per il nero. Trovo un foulard color fucsia, lo giro intorno al collo e faccio un fiocchetto laterale…non male dai!… eccoli, partiamo.

Tutto mi sarei aspettata, mai di trovarmi a cenare da “Le Grand Vefour”!

Mi rendo subito conto che qui il signor Marcel non è un illustre sconosciuto dai “Salamelecchi” che ci fanno non appena varchiamo la porta di questo ristorante in pieno centro, presso il Palais-Royal, nel I arrondissement di Parigi. L’ambiente è d’altri tempi: lusso, fasto sprigiona dagli specchi , dagli affreschi che lo decorano, nella posateria ovviamente d’argento. Il servizio è impeccabile, anche troppo per i miei gusti…mi sento osservata con tutta quella gente che mi sta alle spalle pronta a soddisfare ogni tua richiesta, anzi anche senza richiesta… cambiano il piatto, versano il vino, cambiano le posate ad ogni portata e che diamine!! Il signor Marcel chiede se desidero assaggiare qualche pietanza in particolare fra le molte che offre il menù…che dico adesso? Mi sento molto ragionier Fantozzi e vorrei rispondere : “Facci lei!!”. Il tragico viene subito al pettine: mi accorgo che sulla tavola non c’è traccia di alcuna bottiglia d’acqua…come faccio a spiegare che ho sete e lo champagne non mi piace? Blatero qualcosa a mio figlio ( tanto il signor Marcel non capisce l’italiano), il quale mi risponde a denti stretti: “ Che faccio mamma? Sento il sommelier se ti serve un quartino di rosso della casa?. Non chiedo più niente, lascio che il tempo scorra insieme alle portate, assaggio tutto, sorrido, fingo stupore con gesti inequivocabili ogni volta che porto alla bocca una piccola quantità di cibo, e il tizio alle mie spalle insiste a riempire bicchieri…lo odio!

Forse sto esagerando perché i piatti serviti sono veramente di altissima qualità, tutto è impeccabile qui, neppure una nota stonata, l’estetica è curatissima, ogni portata è un piacere per l’occhio prima ancora che per il palato. Non ricordo assolutamente il nome di ogni piatto…ma il dessert sì. Quello non posso dimenticarlo: Mele di Reinette al caramello su un biscotto di pasta brittany, sorbetto allo yogurt di pecora amaro con cardamomo verde. Servito in un lungo bicchiere al cui interno è ben visibile una specie di Saint Honoré in miniatura, un messaggio in bottiglia! Che capolavoro!! Non oso pensare all’ammontare del conto…ma forse il signor Marcel, un abitué del locale, non ha neppure pagato!! “Le Grand Vefour”, una esperienza da ricordare.

Oggi la guida non viene…ha da fare… Bene, allora mi organizzo da sola. C’è una cosa che amo più di ogni altra a Parigi: le piazzette. Le grandi piazze, quelle simbolo della capitale, le conoscono tutti : Place de la Concorde, Place de la Republique o degli Champs Elysée, ma non sono quelle che piacciono a me. Vi sono piccoli angoli di paradiso, più discreti, meno inflazionati, incantevoli e per questo nascosti che sembrano dire: “ Mi vuoi?, cercami, esci dalla folla e siediti qui, ho tanto da regalarti!”. Spesso questi luoghi sconosciuti sono perle di quartiere, piazzette appunto. Quasi tutte hanno al centro una fontana, una corona di alberi attorno e qualche panchina. Compaiono magicamente quando imbocchi strade laterali, quando esci dalle grandi arterie del traffico e il frastuono si allontana man mano che cammini fino a diventare un flebile brusio di sottofondo. Intorno ci sono abitazioni e sui davanzali non mancano fiori varipinti, dalle finestre aperte musica, suoni parole. Se ti siedi sulla panchina, poco dopo arriva sempre qualche gattino che si struscia alle gambe, ti saluta miagolando e si allontana. Ce ne sono molte di queste piazzette a Parigi, luoghi da cui trasuda un fascino tutto particolare, da riportarsi poi a casa, al termine di un lungo soggiorno nella ville lumière.

Sono ormai molti giorni che vivo a Parigi, ho memorizzato strade, percorsi, negozi, anche come muovermi da sola con la metropolitana e persino ad usare il Bike Sharing della città di Parigi (oggi ha cambiato nome si chiama Vélib Métropol.) Questo servizio, attivo già dal 2007, ha riscontrato un successo enorme, rivoluzionando la tradizionale idea di trasporto pubblico cittadino.
E’ un servizio istituito dal comune di Parigi che può essere usufruito sia dai residenti che dai turisti. Sono messe ogni giorno a disposizione degli utenti oltre 20.000 biciclette in circa 1800 stazioni per una rete capillare e ben strutturata in tutta la città di Parigi e comuni limitrofi.
Si può usufruire di vari abbonamenti, giornaliero, settimanale o annuale, prendere la bicicletta in una stazione e lasciarla in un’altra. Alla fine del servizio, la bici Velib va rilasciata presso una qualsiasi altra stazione della rete…attenzione va lasciata presso la stazione non dovunque! Oggi questo servizio lo abbiamo anche noi…peccato però che non vi siano abbastanza stazioni ove lasciare le bici quando siamo arrivati a destinazione, a Parigi invece ce ne sono moltissime in ogni zona e non ne vedremo mai una appoggiata ad un albero, vicino a un cassonetto o nascosta dietro qualche siepe!!!

Oggi piove, non è una novità, piove spesso a Parigi.. Il cielo grigio-azzurro, sembra impolverato, le auto che strisciano lungo la strada sull’asfalto bagnato, le gocce d’acqua sulle vetrate delle case e le pozzanghere dove i monumenti si riflettono rendono il paesaggio ancora più romantico. La osservo così Montmartre, spiandola fra gli ombrelli variopinti, fra la gente frettolosa, fra le foglie degli alberi gocciolanti e, se possibile, sotto la pioggia è ancor più bella.

Tra non molto il mio soggiorno parigino finirà…debbo tornare in patria, il lavoro mi chiama. Quando mi ci porterà, penso, nei luoghi che attendo con maggiore ansietà?

“ Mamma, oggi andiamo al Louvre”. Oh gaudio!…”a piedi?” “ Certo! E come se no!”

“ma è lunga la strada, un po’ di compassione per la tua vecchia madre!” “Ricodati ciò che suggeriscono i medici : camminare aiuta la circolazione sanguigna, previene malattie vascolari, rinforza la muscolatura…ok prenderemo il bus!”

I biglietti li abbiamo già e, grazie ad un ingresso secondario, evitando la piramide, riusciamo ad entrare senza attendere ore in code interminabili. Il Louvre è grandissimo e tutto non si può vedere. La mia guida ha preparato un itinerario attraverso il quale accedere alle opere che, secondo lei, debbono essere proprio viste. Concordo, ciò che ho ammirato ne valeva la pena.

Sarebbe inutile e noioso qui fare un elenco. Mi soffermerò soltanto su quelle che mi hanno emozionato di più e la prima è sicuramente “Amore e Psiche”. Bisogna aver pazienza per ammirare da vicino il capolavoro di Antonio Canova ispirato alla favola mitologica narrata da Apuleio nelle Metamorfosi, perché c’è sempre una folla estasiata lì davanti. Piccoli passi e alla fine tocca anche a me. Mamma mia che bellezza!!Quanta tensione emotiva e drammaticità avvolge questo gruppo scultoreo in cui il dio Amore contempla il volto della sua bellissima amata, la fanciulla Psiche.

Che dire poi della Venere di Milo, La statua ellenistica, che si distingue per disinvoltura e grazia, delle nozze di Cana del Veronese, della Vergine delle rocce di Leonardo, della Nike di Samotracia, che ritrae la dea alata figlia di Pallante che annuncia la vittoria militare posandosi sulla prua di un veliero, della La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, del Codice di Hammurabi, la stele di basalto nero, alta più di due metri realizzata, tra il 1792 al 1750 a.C. e contiene 282 leggi,dell’’incoronazione di Napoleone di Jacques-Louis David. Non ci sono abbastanza parole per esprimere quanta arte e bellezza racchiuda questo museo.

E d eccoci al pezzo forte, il quadro ch è l’emblema del Louvre, la Monna Lisa che io continuo a dire “nostra” perché non voglio rassegnarmi all’idea che sia lì invece che agli uffizi, dove dovrebbe stare per diritto divino. Detto sottovoce ci son rimasta un po’ male. Mi aspettavo fosse un quadro più grande, invece è piccolo…ma non vuol dire niente, Il suo sorriso enigmatico, quello sguardo attraente che sembra seguirti ovunque, La Monna Lisa seduce ogni sguardo che incrocia. Quanti studi e ricerche sono stati fatti per spiegare quel sorriso! Non ce ne importa niente, godiamocelo così com’è senza indagare troppo, senza l’ostinazione di dover spigare tutto. La Gioconda è bella e basta. Punto.

Domani mi preparo ad altre sindromi di Stendhal . Visiteremo il museo d’Orsey.

Non nego che quello di oggi era l’appuntamento che aspettavo di più. Varcata la soglia di quel museo si ha l’impressione di vivere in un’altra dimensione senza spazio e senza tempo, dove quei capolavori dell’arte compaiono davanti agli occhi e rapiscono l’anima. Amo la pittura impressionista e il D’orsey è un viaggio dove bisogna scendere ad ogni stazione perché dal finestrino il paesaggio non si vede.

Situato davanti al Louvre ma dal’altra parte della Senna, il museo è stato ricavato da una ex stazione ferroviaria costruita in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 e Il grande orologio all’ingresso è lì a ricordarlo. Nel 1986, a 100 anni dalla sua creazione, grazie anche al lavoro dell’architetto italiano Gae Aulenti, la vecchia stazione diventa quello che ora è il museo d’Orsay.

Le opere esposte sono innumerevoli, una più bella dell’altra e non è proprio possibile non restare affascinati da La colazione sull’erba” di Manet, pensando alle critiche distruttive delle quali è stata oggetto a suo tempo, allo scalpore e allo scandalo che suscitò. E’ il tempo, solo il tempo che restituisce ai capolavori il giusto merito. Di solito chi innova, propone nuove prospettive, non viene capito, anzi si fa di tutto per affosarlo…salvo poi, col tempo, riabilitarlo e lodarne le virtù. Quante delusioni però ha dovuto subire Manet e le lodi postume non ha potuto ascoltarle.

Sono molte le opere in esposizione ma la parte del leone la fanno gli artisti francesi. Renoir è uno di questi. Rimango a lungo ad osservare Il “ Bal au moulin de la Galette”, a lungo sì affinché non possa sfuggire niente allo sguardo neppure l’atmosfera di quella vita parigina dell’epoca, una serata di spensieratezza e divertimento vissuto sulla collina di Montmartre. Con quanta maestria ,usando pennellate veloci e colori,l’artista regala dinamicità e movimento alla scena, in cui i vestiti delle donne spiccano su quelli degli uomini. Un capolavoro!

Poi arriva Lui, il più grande: Monet. Davanti alla dama con l’ombrellino chiedo a mio figlio di scattarmi una foto. Gentile come al solito risponde : “ Perché mamma? Il quadro è bellissimo “. Riottoso ma fa ciò che richiedo. Sarebbe inutile e monotono elencare tutte le opere del più grande impressionista francese, ne citerò una su tutte : “ I papaveri” un dipinto intimo e famigliare in cui Claude Monet ritrae suo figlio Jean e la moglie Camille due volte, rappresentando simbolicamente il tempo che scorre.

Vorrei restare qui, non ho fame, né sete, né sonno, vorrei ripercorrerlo tutto a ritroso perché sicuramente qualcosa è sfuggito e l’dea mi affligge. Claude Monet, Paul Cézanne, Edouard Manet, Paul Gauguin, Vincent Van Gogh, Pierre-Auguste Renoir, Edgar Degas, Alfred Sisley, Camille Pissarro e Auguste Rodin, son tutti qui , li ringrazio col pensiero per ciò che ci hanno lasciato, per la bellezza di cui tutti possiamo ancora godere. Eredità immensa.

E’ quasi l’ora, domani l’aereo mi attende. Chiedo alla guida di condurmi presso La torre Eiffel , simbolo di questa città. Non salgo lassù, preferisco goderla dai giardini del Trocadéro, la notte, quando la celebre fontana di Varsavia offre un magnifico spettacolo acquatico, quando le illuminazioni valorizzano ancora di più le vasche e i loro contorni. La “dama di Ferro” rimane sullo sfondo, svetta silente come un altissima sentinella posta in eterno a sorvegliare la città.

Ho trascorso tre mesi a Parigi. L’ho scoperta a piccoli passi, ho imparato ad amarla non nel fragore delle grandi strade ma nei piccoli luoghi nascosti, nelle piazzette alberate, nel suono degli organetti, nei colori degli artisti di Montmartre, nei tetti, nei gatti…e se anche dovessimo perderci… “ Avremo sempre Parigi” (Casablanca).

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