Un cortile, un Prete ed un nuovo Arcivescovo

Un bellissimo scritto di Patrizia Penco denso di ricordi.

Fine estate 1975, sta per iniziare la scuola superiore con la consapevolezza che di li a poco i miei amici di allora ed io, avrebbe preso strade diverse. Giorni difficili.

Già da un paio di anni un giovane prete, curato di San Gervasio, frequentava casa nostra in quanto collega di mia madre, insegnante alla Dino Compagni. Aveva solo tre anni in meno dei miei genitori, e da quello che diceva era sicuramente molto più vicino al mio modo di vedere il mondo, piuttosto che al loro. Cosa stranissima per un’adolescente che, come tutti in ogni epoca, era in perenne dissenso con il mondo degli adulti.

Don Serafino Ceri vedeva con gli occhi dei giovani e voleva crearne un gruppo in parrocchia, così una sera di quella fine estate, seduto sulla sedia della cucina di casa nostra prima di cena, mi chiese se avessi voluto prenderne parte. Mi si prospettava quindi, un’altra novità oltre la scuola. Non ricordo di aver risposto con entusiasmo alla prospettiva: un gruppo parrocchiale? Io volevo andare a divertirmi, a ballare, fare giri in 2 sul Ciao dei miei amici, naturalmente.

Tanto mia madre insistette, che la fine quell’ottobre, andai alla prima di queste riunioni. Non credo si fosse più di una dozzina, forse più maschi che femmine, e tutti della mia età o un anno di più. Anche a me fu consegnato un libriccino piccolo, tipo Bignami, sulla copertina tre parole latine “Gaudium et Spes”

Beh, si comincia bene, pensai con un inizio di fastidio e delusione. Poi iniziammo a leggere, ed ogni frase Donse, dava un significato vero, profondo e rivoluzionario. Alla fine di quell’ora ricordo che sorridevo. E così fu per i successivi anni. A Settembre 76 il primo Campo Scuola, tre giorni in una grande casa a Cavallico, in Mugello. Un posto incantato. Tornai ancora più sorridente, io che ero sempre stata scontrosa e malinconica.

In un paio di anni, da quella dozzina che eravamo, il cortile di San Gervasio si riempì di oltre 100 ragazzi, divisi in tre gruppi di età, che noi “grandi” chiamavamo “i medi e i piccoli”. Che poi tanto piccoli non erano, visto che avevano solo tre o quattro anni meno di noi. Ma si sa: a quell’età si contano anche i mesi. Il portone della parrocchia era sempre aperto, ed ad ogni ora andassimo, potevamo trovare amici con cui parlare e scherzare.

Quante feste abbiamo organizzato, carnevali in maschera e ultimi dell’anno, con sketch inventati, filmati autoprodotti con le prime videocamere, e poi il catechismo ai bambini e i campi scuola a settembre, vera ripartenza di ogni anno.

Quando Serafino ci vedeva, ci salutava scherzosamente con uno schiaffetto che si tramutava in carezza, era il suo segno di affetto nei nostri confronti.

Sapeva dare responsabilità secondo i talenti di ciascuno, standoci vicino ma lasciandoci liberi nelle scelte. La grande cultura che aveva acquisito (conosceva alla perfezione francese, inglese, tedesco, latino e greco), la vicinanza a Don Milani nei suoi primi anni di sacerdozio, i viaggi all’estero soprattutto in Inghilterra e in Germania, l’amore per la musica, gli studi di psicologia, di filosofia e teologia, il suo essere sempre alla ricerca, senza mai certezze granitiche, lo avevano reso una persona speciale per vivere accanto ai giovani. Un grande albero frondoso che ci sapeva dare sicurezza senza giudicare.

Donse rimase con noi a San Gervasio fino al settembre del 1980, quando, dopo la prematura e morte di Don Aldo Bertini e l’insediamento di Mons. Giancarlo Setti, fu traferito a San Felice in Piazza e successivamente nel 1988 al Galluzzo. Morì il 16 luglio 1993 a 55 anni. Il dolore provato fu inimmaginabile.

Lo ricordo come il primo adulto, che mi ha voluto bene senza cercare di cambiarmi.

Nei suoi appunti degli anni di San Gervasio è stato trovata questa frase “Riflessione quasi finita; i ragazzi: i gruppi”. L’aveva pensato e poi creato.

Tirandoci su a forza di gite, in 15 ammassati nel suo pulmino Volkswagen color aviazione, a merende, saccheggiando il frigo della canonica, a caramelle che buttava dal terrazzino nel cortile, quasi come fosse becchime per gli uccelli, con il coro di canti gregoriani che lui stesso dirigeva, con l’esegesi biblica, con la liturgia spiegata per farcela amare e soprattutto facendo scoprire alle nostre menti e alle nostre anime un pensiero aperto di “gioia e speranza”. Tanto ci sarebbe da raccontare su di lui e su come, il fatto di averlo conosciuto, ha influito sulla nostra vita: chi ha avuto la fortuna di conoscerlo l’ha sperimentato.

Fin dall’inizio tra quei dodici, insieme a me, c’era anche un ragazzo timido e intelligentissimo. Siamo stati molto legati, amici sinceri. Durante quei tre giorni in Mugello nel ‘76 con una morsa, spezzammo una moneta da 50 lire. Metà a lui e metà a me. La conservo sempre. Oggi questo ragazzo è stato nominato da Papa Francesco Arcivescovo di Salerno. Don Andrea Bellandi, certamente un buon frutto tra i tanti di quel rigoglioso e generoso albero.

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