Quando al Meyer non si voleva parlare di gioco. Ricordo di un’esperienza che forse ha cambiato le cose

Parlare del gioco in ospedale, oggi, sembra argomento scontato. Chi non conosce orami la Fabbrica del sorriso e altre organizzazioni onlus che si occupano di far giocare i bambini nei vari reparti pediatrici? Purtroppo però, non è sempre stato così, non parlo di un lontanissimo passato, ma di qualche anno fa.

Voglio raccontare una storia che ha coinvolto me ed altre colleghe che insegnavano presso l’Istituto professionale statale Elsa Morante di Firenze e che sono state le antesignane dell’introduzione del gioco in ospedale. Gli allievi dell’Istituto frequentavano, allora, il corso per conseguire il diploma di Assistenti all’infanzia e il curricolo prevedeva, fra le altre discipline, anche delle ore di pratica professionale sul campo, una specie di quella che oggi si chiama: Alternanza scuola lavoro.

Noi docenti dovevamo occuparci di trovare strutture disposte ad ospitarci. Una di queste era l’ospedale pediatrico Meyer, al tempo ancora in via Mannelli a Firenze. Le ragazze (la predominanza era femminile) venivano dislocate nei vari reparti ma ciò che erano chiamate a fare era soprattutto attività infermieristica quindi poco attinente alla loro futura qualifica professionale.

Non tardammo a capire che qualcosa di basilare mancava in quell’ospedale : il gioco! Ci riunimmo, discutemmo a lungo ed elaborammo un progetto nel quale sottolineavamo il ruolo fondamentale che assume il gioco per i bambini, a maggior ragione in un luogo come l’ospedale dove il tempo trascorre lento, dove i piccoli sono sottoposti a costanti pratiche mediche necessarie ma frustranti.

Avremmo chiesto alla direzione dell’ospedale di affidarci uno spazio per poter ospitare i bambini e proporre loro attività ludiche, al materiale avremmo pensato noi. Non fu affatto facile. Incontrammo l’ostilità di molti medici che ritenevano inutile ciò che veniva proposto nonché di intralcio alla loro attività. Ma noi, sempre più convinte e testarde, non ci perdemmo d’animo, salimmo tanti gradini, inciampando spesso nel pregiudizio e nell’ostinazione di quanti temono le innovazioni preferendo il mantenimento dello status quo. Parlo anche, soprattutto, del personale infermieristico che spesso rifiutava perfino il colloquio quando chiedevamo il permesso di presentare il progetto.

Non fu facile, ribadisco, ma non volevamo arrenderci e, dopo molti no arrivò un flebile “Forse si potrebbe provare..” da parte della direzione dell’ospedale che nel frattempo si era consultata con alcuni medici diciamo, pee così dire, olluminati.

Ci venne offerta una minuscola casetta in legno posizionata nell’ala est del giardino.
Con l’aiuto delle allieve, delle loro famiglie e nostro, riuscimmo a mettere insieme sufficiente materiale per intrattenere un piccolo gruppo di bambini. Mentre alcune ragazze si recavano nei reparti ad invitare i piccoli degenti nella casetta, altre intrattenevano quelli che non potevano spostarsi dai loro lettini, insomma finalmente si giocava!

Ci rendemmo conto di quanto fosse ben accolta l’iniziativa, quando quel piccolo spazio non riusciva a contenere tutti coloro che desideravano giocare con noi e, a malincuore, dovevamo dire: “Ci spiace non ci entriamo più”. Nelle giornate soleggiate ci arrangiavamo nel giardino proponendo giochi di movimento ma dovevamo fare molta attenzione alle diverse patologie alcune delle quali non consentivano ai bambini di correre o affaticarsi.

Ovviamente sapevamo in anticipo la situazione di salute di ogni bambino che arrivava e i giochi da proporre in sintonia con la loro condizione. Fu un vero successo accolto benissimo sia dai bambini che dai loro familiari.

La nostra presenza nell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze durava circa un anno scolastico, una volta a settimana ma, considerato che le classi erano sette, riuscivamo a proporre le nostre attività ogni giorno coprendo così l’intero arco settimanale.

Sarebbe arrivato anche il Natale. Alcuni bambini sarebbero stati dimessi, almeno nel periodo delle festività, per permettere loro di trascorre le vacanze in famiglia (non si deve dimenticare che l’eccellenza dell’ospedale era anche allora riconosciuta in tutto il territorio nazionale e, molti bambini, vi giungevano da ogni parte d’Italia), ma molti altri no.

Fu proprio su iniziativa delle allieve che ci venne in mente un’idea: perché non organizzare uno spettacolo teatrale? Gli attori c’erano (le allieve) il regista anche ( la prf.ssa Ambretta Miniati) musiche e tecnico del suono pure ( prf. Maria Cristina Calamai), la prf. Raimonda Ugolini si sarebbe occupata di coordinare la sceneggiatura, la prf. Laura Misuri del testo della storia, la prf. Enrichetta Rinaldi della scenografia.

Fu una vera e propria maratona. Lo spettacolo doveva essere pronto prima delle vacanze natalizie e, ci trattenemmo a scuola anche il pomeriggio, tutti i pomeriggi, ma volevamo farcela e ci riuscimmo!

“C’era una volta…” era ormai pronto per essere rappresentato. Chiedemmo uno spazio e, con nostro stupore, ci concessero l’aula magna. Chiedemmo, ottenendola, la collaborazione di tutti: mariti, compagni, fidanzati, genitori e colleghi per trasportare i materiali scenici, i costumi, il necessario per le musiche e quanto altro ci serviva per la rappresentazione, dalla scuola al Meyer e il 22 dicembre andammo in scena.

L’aula era stracolma non solo di bambini e familiari ma anche di medici, infermieri e direttori sanitari, tutti presenti e curiosi di vedere quello che avremmo combinato.
Al termine dello spettacolo applausi a non finire, alcuni anche a scena aperta, e vedere e abbracciare tanti bambini felici e sorridenti ci ripagò delle tante ore oltre orario spese affinché ciò fosse possibile.

Da quella prima esperienza sono passati ormai molti anni e l’ospedalino Meyer, come noi fiorentini lo abbiamo sempre chiamato, ha subito una metamorfosi completa. Ci sono stata di recente con la mia nipotina, pare una ludoteca. Bellissimo! Si respira il gioco dappertutto perché è così che deve essere ovunque vi sia un bambino. In quell’occasione ho ripensato alla nostra prima volta, quando di gioco in ospedale non si parlava proprio e mi si è allargato il cuore.

Maria Cristina Calamai

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