I ragazzi di San Gervasio

Quando, il quattro novembre del 1966 avvenne l’alluvione la mia famiglia capì la fortuna di abitare al Campo di Marte ed, oltretutto, di risiedere in cima ad una bella “pettata”! Con tre figli di cui uno, io, di appena due anni sarebbe stata una tragedia ritrovarsi, come moltissime famiglie fiorentine, l’acqua in casa o peggio, la casa devastata dal mortifero fango.

Ho un flebile ricordo di quei giorni terribili, ed è la prima volta che lo racconto. Rivedo mia mamma che, al telefono si metteva le mani sulla fronte mentre parlava con dei parenti sfollati, i quali raccontavano i loro patimenti, la fortuna di essere sopravvissuti e le loro richieste d’aiuto e di generi di prima necessità. Ricordo benissimo la faccia terrea di mia madre, gli occhi sbarrati e ne risento la voce tremante e sommessa di chi, capisce il terribile frangente.

I carretti

Via Giovanni Inghirami quella mia Via Gluck così erta da tenerci al riparo dalle tracimazioni dell’Arno, che, come diceva Vasco: “Se l’acqua l’arrivasse quassù in cima… bona Ugo! Gliè sotto anche ì campanile di Giotto!”

Quella stessa strada in discesa che, nei primissimi anni ’70 veniva da me fatta a tutta randa, col carretto, costituito da: tavola di compensato, due manici di scopa a formare i semiasse, cuscinetti di ferro montati alle estremità dei manici di scopa ed un pezzetto di manico accanto alla seduta attaccato con un chiodo che serviva da “freno”. Dimenticavo per volante uno spago che, collegato alle estremità dei semiasse anteriori, tenuto come briglie da cavallo, faceva sterzare il carretto per evitare di finire sotto le auto in sosta! Ricordo poi che, a quell’epoca, via Inghirami era (pure) a doppio senso! Che belle corse! Aggiungo poi che, quello descritto era il carretto a 2, infatti aveva 4 cuscinetti e lo si guidava con la corda legata all’asta anteriore essendo spinti dall’amico. Esisteva poi, quello singolo a 3 cuscinetti (davanti uno solo nel mezzo e l’asta usciva da un lato), quindi distesi di lato si guidava con una mano e con il piede della gamba distesa ci spingevamo da soli.

L’oratorio

Con il mio amico inseparabile di giochi, mio omonimo, Paolo, andavamo poi insieme, dal Prete. Alla Chiesa di San Gervasio e Protasio nel 1972 c’era Don Vittorio che ci faceva insegnare il catechismo dall’Annina Arrighi, una ragazza sportivissima che aveva praticato diversi sport, pallavolo e calcio a buonissimi livelli vincendo anche uno scudetto col calcio femminile.

Bellissima la foto che mi è pervenuta attraverso l’Anna, fatta da Lei, dove accanto a me si riconoscono, tra gli altri, i fratelli Marcheschi, Fabio Filippini, Angiolino, il Borri, il Montagni, il Veroni, Marco Vignoli, Franco Castellucci, Simone Fanfani, Marco Giannini, il Ghelli, Luca Mariani, il Milloni, il Mugelli, il Fagnani, il Mugnaini, l’Ardelletti, il Lottini, il Casini ed il mio grande amico Paolo Rossi Ferrini. Altri nomi non riesco a ricordarli ma spero che, attraverso la lettura di questo articolo, qualcuno, riesca a riempire le lacune della mia memoria.

Andavamo all’oratorio di Don Vittorio, almeno io e Paolo, soprattutto perché, in fondo al terreno dietro la Chiesa, prima di arrivare all’ambito campo di calcio della Sanger, c’erano un paio di “casine” di legno dove all’interno vi si trovavano svaghi molto ricercati da noi, Ragazzi di San Gervasio : flipper, calcio balilla ed un gioco a me sconosciuto all’epoca come il biliardo! Giocavamo ore ed ore a carambola con le 15 palle colorate da mandare in buca lasciando per ultima la nera numero otto.

Tutto molto bello e divertente fino a quando Don Vittorio ci veniva a chiamare perché “ogni bel gioco dura poco” e “ prima il dovere e poi il piacere” quindi venivano a reclutarci per Pulire, spazzare e dare il cencio alle casine dei giochi. Figuratevi il fuggi fuggi di quei figlioli, me compreso, non tanto per fare un dispetto al buon Don Vittorio ma, soprattutto per non essere presi in giro dagli amici che imboscatisi, fossero riusciti a non essere beccati di Corvée.

Come al solito, mentre tentavo di fuggire passando da un buco, fatto giorni prima da noi ragazzacci, nella rete di recinzione in fondo al campo della Sanger, che sbucava in via Mameli rimasi impigliato in un ferro della recinzione divelta ferendomi la mano sinistra (una cicatrice visibile tuttora) lasciando, anche sulla rete della Sanger, la mia firma col sangue!

Paolo Sorelli

IN FOTO: L’ORATORIO DI DON VITTORIO (1972) Chiesa di San Gervasio e Protasio. Gentilmente concessa da Anna Arrighi

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