La partita di pallone. Quando il Maracanà ce l’avevi sotto casa

Ai miei tempi (e già cominciare un post così la dice lunga sull’anagrafe…)
la ragione di vita di noi ragazzini del condominio era il pallone. Niente
TV, niente cellulari, niente wifi, si giocava tra noi, faccia a faccia. A tappini, disegnando la pista per terra col gesso e le maglie dei ciclisti con le matite Giotto, a cerbottane, facendo i pirulini con le strisce di carta ritagliate dalle riviste, ma soprattutto a pallone.

Appena il tempo di finire i compiti e ci si chiamava dalle finestre. Ogni
pomeriggio il cortile di casa si trasformava nel Maracanà. Si entrava in
campo in fila, con tanto di telecronaca e facendo con la bocca i boati e le
trombette del pubblico. Ognuno si sceglieva una squadra e un giocatore,
erano i tempi della grande Inter di Helenio Herrera, io ero immancabilmente
“Inter Facchetti!”.

Estate o inverno che fosse, si andava avanti a oltranza finché c’era luce,
poi una delle mamme chiamava, e allora era “ancora 5 minuti… chi fa questo
vince!”
anche se si stava 10 a 0, il golden goal lo inventammo noi, poi la
partita finiva e si saliva sudati a far merenda con le ginocchia sbucciate.

Crescevamo, il cortile cominciava a rimanerci stretto e il cemento era
sempre più duro, servivano alternative. Per noi di via Mamiani il campo
dell’oratorio di San Gervasio era un po’ fuori mano, e comunque era tutto
zolle e niente erba. Però in fondo alla via era stato da poco inaugurato il
campo di baseball, la Mobilcasa Firenze era appena stata promossa in serie
A, e tutto intorno al diamante di gioco c’era un’erbetta all’inglese da fare
invidia al Comunale. Ed essendo uno sport poco diffuso gli allenamenti erano
rari. E insomma – dicevamo – con tutto quel ben di dio inutilizzato, che male facciamo se mettiamo i cappotti a mo’ di pali e facciamo du’ tiri? Dai, scavalchiamo! La ringhiera era a losanghe, praticamente una specie di scaletta per i nostri piccoli piedi, il vero ostacolo erano gli spunzoni in
cima. Risolto brillantemente piegandone 5 o 6 su se stessi con un paio di
pinze.

Ma il problema più grosso si rivelò… Angelino. Il custode. Era piccino e
secco, e correva veloce, se avevamo la fortuna di capitare in un giorno che
lui era libero o in altre si potevano giocare Real Madrid – Benfica o
Manchester – Dinamo Kiev più o meno tranquilli, altrimenti eran dolori. Di
buono c’era che un campo da baseball è molto grande, e noi ci piazzavamo ai
margini ben lontano dal suo casottino, e chi stava in porta aveva anche il
compito di stare all’erta. “Angelinoooo!!!” E scappavamo tutti tra un
turbinìo di cappotti raccattati in fretta e palloni sacrificati sull’altare
della fuga. Ma, partita sospesa a parte, la facevamo sempre franca, prima
che ci raggiungesse avevamo il tempo di filarcela.

Finché un giorno: “AngelinooOOOCCAZZOOO!”. Angelino sbucò fuori all’improvviso. In sella a un motorino!
Colti dall’effetto sorpresa rinunciammo anche alla fuga, ci beccammo una
ramanzina coi fiocchi, forse anche qualche tirata di orecchie, il pallone
tristemente bucato.
Quella fu l’ultima volta che la finale di Coppa dei Campioni si giocò al
campino di baseball.

Francesco Corsini

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