Nonna Jole

Nonna Jole era nata al Campo di Marte in un giorno di sole nella seconda metà del 1800. Di sole doveva essere quel giorno perché, nonostante la vita non si stata affatto tenera con lei, io ricordo proprio la su solarità, la sua allegria in grado di far sorridere una bimba come me e di coltivare il desiderio di starle vicina.

La chiamavo nonna Jole ma non era la mia nonna bensì la nonna di mio cognato.
Era nata al Campo di Marte in una casa vicino alla bottega del Corradore.

Chi era? Colui che riparava carrozze e carri, un odierno meccanico insomma, in quella che oggi è via Elbano Gasperi. I suoi genitori possedevano due macellerie nel quartiere, proprio di fronte al bar Villani.

Le macellerie Brini. La sua casa natale fu distrutta, mi si dice, dallo scoppio della polveriera di San Gervasio . Una volta sposata si spostò in via Sirtori. Giovanissima rimase vedova perché suo marito, dipendente delle Ferrovie dello stato fu vittima di un incidente sul lavoro, intrappolato fra gli ingranaggi i mentre si provavano delle manovre.

Sola dunque con due bimbi piccoli da crescere con il solo sussidio del marito, che non c’era più, deve essere stato difficile. Ma nonna Jole si rimboccò le maniche, iniziò a lavorare con quello che sapeva fare meglio, ago e filo. Era abilissima ed ottenne molte commissioni per ricamare i corredi delle giovani donne da marito.
Arrivò la guerra con tutto il suo macabro fardello di distruzione e morte che inevitabilmente porta con sé.
Il figlio minore di Jole, Raffaello, come tanti altri partì e fu lontano da Firenze, dal Campo di Marte e da lei per 7 lunghi anni. L’8 settembre si trovava in Sicilia quando venne proclamato l’armistizio e, come tanti soldati in servizio nella penisola abbandonò le e armi e tornò a case in abiti civili
Purtroppo però la guerra non finì affatto quel giorno anzi… via Michele Amari è ancora lì a farci ricordare che non solo il centro storico ma anche Campo di Marte fu duramente colpito dai nazisti. La strada fu minata dai tedeschi e “cancellata” nella notte del 2 agosto, alla vigilia della distruzione dei ponti sull’Arno.
Furono uccisi tre militari tedeschi al Campo di Marte e, il giorno successivo, le rappresaglie naziste non si fecero attendere. Fu proprio presso il bar Villani che fecero irruzione e, a forza, furono caricati su un carro molti di coloro che si trovavano lì, fra i quali anche il figlio di Jole. Jole non seppe niente di lui fin quando non le confessarono che il figlio era stato deportato in un Campo di concentramento. Mauthausen. Tutto faceva presagire che da lì non sarebbe tornato mai più.
Un giorno però qualcuno suonò il campanello, non era lui, ma qualcuno che era stato vicino a Raffaello . Le disse che era vivo e che sarebbe tornato. Sì, era vivo e so lo era lo doveva proprio a lui, quell’amico cuoco che , saputo delle sue pessime condizioni di salute, gli aveva, di nascosto, fatto avere le bucce delle patate che pelava grazie alle quali Raffaello riuscì a nutrirsi.
Arrivò il grande giorno. Raffaello tornò a casa! Immagino la gioia incontenibile di nonna Jole quel giorno quando potè riabbracciare un figlio che credeva perduto per sempre. La gioia durò poco. Raffaello in seguito agli stenti subiti aveva contratto una grave malattia polmonare e riusciva a respirare soltanto con l’aiuto dell’ossigeno; Alla fine i medici dovettero ricorrere al polmone d’acciaio, un respiratore artificiale che adesso non viene usato più e quel poco di anni di vita li trascorse proprio all’interno di quella macchina.
Un lutto devastante per Jole che adesso si trovava sola nella spaziosa casa di via Sirtori che ben ricordo.
Nonna Jole però , donna speciale quale era, non volle spostarsi da via Sirtori e dal Campo di Marte, “ Qui sono nata “ diceva “ E qui voglio stare fino a quando avrò vita” opponendo sempre un netto rifiuto alle insistenze della figlia che la voleva con sé.
Pian piano riprese a ricamare, in compagnia del suo gattino Ciucio che la seguiva dovunque si spostasse.
La ricordo, ormai non più giovane, china su quei tessuti di lino, con l’ago e il refe che faceva scorrere veloce sulla tela. Mentre faceva tutto questo Jole cantava, sì cantava sempre, vecchie canzoni e, quando c’ero io, intonava quelle più allegre che, lo sapeva ,mi avrebbero fatto sorridere. “Nonna” chiedevo, “Mi canti la matematica e tempo non piovere?” e lei iniziava: “ Vivere senza la matematica, vivere senza quell’antipatica, senza la storia con la sua gloria e senza la geografia” e l’altra che intonava sempre dopo aver dato una sbirciatina fuori dalla finestra: “ Tempo non piovere che i mi’marito c’ha le scarpe deboli”
Quando la domenica ci riunivamo, spesso in casa dei genitori di mio cognato ( Jole era la madre della mamma di mio cognato) mi affacciavo alla finestra e la vedevo giungere proprio da via Michele Amari. Quando mi scorgeva mostrava sempre un pacchettino infiocchettato: erano le paste acquistate dal Villani, sapientemente scelte anche per me. Non l’ho mai vista corrucciata, sempre sorridente, pronta alla battuta di spirito, piena di voglia di vivere e di energia vitale. A tavola non mancava di farci sorridere tutti ma, il suo pezzo forte, lo riservava ogni anno alla fine del pranzo natalizio. A grande richiesta nonna Jole declamava tutto a memoria , “ Gosto e Mea” esilarante storia in versi che narra le vicende di una scommessa fra moglie e marito.

Quando nonna Jole ci lasciò quel “Gosto e Mea” natalizio mancò a tutti noi. Avrei voluto leggerlo ma, nonostante le tante ricerche , non ero riuscita a trovare il testo scritto. Forse, pensai, sarà una storiella della tradizione orale, una di quelle che i bisnonni si raccontavano nelle serate invernali raccolti all’interno di quei camini grandissimi dove ai lati si potevano posizionare anche le sedie. Ormai ci avevo rinunciato quando… parlando con il nonno di un mio studente, non so come, la conversazione cadde proprio sull’ importanza della memoria storica e della tradizione orale. Inevitabilmente ricordai Gosto e Mea…” io ce l’ho” esclamò quel saggio nonno . Il giorno successivo, sulla cattedra, accompagnato da un biglietto scritto in bella grafia, trovai il testo di “Gosto e Mea”. Fu come ritrovare nonna Jole, la sua allegria e il suo sorriso nonostante tutto.
Gosto e Mea.

Un contadin vivea ne’ tempi andati
in un villaggio presso Pontedera,
che in isconto, cred’io, de’ suoi peccati,
ebbe in moglie una femmina ciarliera;
ella Mea nominossi, ed egli Gosto,
come fa fede il libro del proposto
Or bisogna saper, che Gosto avea
già preso il lume per andare a letto
dopo cena una sera, allorché Mea
sbatter sentì con urto vïolento
l’uscio di casa allo spirar del vento.

E siccome le donne non di rado
sono più del dover maliziose
(parlo qui delle donne del contado),
mille castelli in aria a far si pose,
onde veder d’indovinar, se il può,
perché Gosto al tornar non lo serrò.

vo’ che prima tra noi facciamo un patto”:
e l’espon quel che vuol che venga fatto.

Il patto consistea, per farla corta,
nel convenir che chi parlato avesse
primo di loro due, la nota porta,
in pena, anche serrar primo dovesse;
Gosto in tal guisa stravagante e nuova,
della lingua di lei volle far prova.

Sul primo fece un poco la smorfiosa;
ma vedute che Gosto colle buone
la prendeva, e che ciò ben altra cosa
era, che il suon di ruvido bastone,
“E ben, ci sto”, ella disse: quindi presero
il lume, e quieti in letto si distesero.

Dal mulin ritornava un certo Maso,
grand’amico di entrambi, e al raggio incerto
della luna, di lì passando a caso,
vide ch’era di Gosto l’uscio aperto
(cosa insolita), ond’egli dubitò
di ladri, ed a chiamare incominciò:

“O Gosto! O Mea! Che siete sordi? O Gosto!
O Mea! L’uscio di casa è aperto eh!”
Ma udito che non gli venìa risposto,
voll’entrar per veder che diavol è;
e invece di trovarli addormentati,
vede che han tanto d’occhi spalancati.

Ma quando vide il pover uom che Mea
e il compar Gosto non dicevan niente,
cominciò a spaventarsi nell’idea
che gli fosse venuto un accidente;
sicché, via a gambe: ed affannato arriva
dal parroco, ma il parroco dormiva.

Don Gabbriello che dal letto sente
la serva bisbigliar: “Cos’è successo?”
grida; ed ella risponde: “Un accidente.”
“Eh, un accidente per l’appunto adesso
che dormivo sì ben! Poffareddina,
non poteva aspettare a domattina!

Come persona che per forza è desta,
sbadigliava frattanto, e si stirava;
ma indossatasi poi la bruna vesta,
le scale non scendea, precipitava,
per dare all’uno e all’altro moribondo
il passaporto per quell’altro mondo.

Poi cominciò pieno di fé e di zelo:
“Gosto! Figliuolo mio, fratello amato,
vedi? Il ciel ti vuol ben, per questo il cielo
t’ha con un accidente visitato;
trar dunque da tal visita profitto
convien, caro figliuolo.” E Gosto, zitto.

“Ma le scale del ciel sono di vetro,
ed al volo convien esser leggeri,
né la roba si può trascinar dietro;
vedi? E principi e duchi e cavalieri,
al par di chi sta in umile abituro,
devon morire ignudi.” E Gosto, duro.

“Infelice per altro è, o figliuol caro,
chi pone amore alle cose terrene!
Se tu dunque mi lasci del denaro,
penserò a farti dir poi tanto bene,
e allor potrai d’un avvenir più lieto
godere eternamente.” E Gosto, cheto.

Quindi il buon prete a Mea si volse, a cui
disse: “Chi fa del ben, se lo ritrova:
anche a voi dico quel che ho detto a lui;
se i lenzuol, dunque, e la coperta nuova,
e le panche, e il saccon mi lascerete,
meglio per voi; se no non canta il prete.”

Io non so come Mea la lingua tenne
a quel parlar, né come si frenasse;
ma quando il caro prete a dir poi venne
che avrebbe prese anche le materasse,
“No:” gridò Mea “che ci ho rifatto il guscio…”
E Gosto allor proruppe: “O serra l’uscio!”

Maria Cristina Calamai 

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