Dal Campo di Marte a oltre il mare

Il nostro quartiere ha visto molti cambiamenti nel corso della sua storia.  Lo scoppio della Polveriera di San Gervasio, oltre alla drammaticità dell’evento in sé, ha portato alla conseguente necessità di ricostruire e riparare tutto quello che era stato distrutto.

La polveriera, come sappiamo, era in dismissione anche perché il quartiere si stava via via urbanizzando sempre di più e si voleva, come dire, riuscire a cambiarne la destinazione d’uso. Da area militare ad area residenziale.

Lo spazio in cui sorgeva la polveriera si estendeva dall’attuale via Baldesi fino a via Ugo Bassi, costeggiando il viale Righi e la zona della Chiesa di San Gervasio fino a via Elbano Gasperi (tutti nomi che furono dati dopo la ricostruzione del quartiere in seguito allo scoppio). E così il Campo di Marte cambiò volto.

Uno degli edifici nuovi che nacquero in San Gervasio è quello che forse attrae la curiosità di molti soprattutto perché pochi di noi hanno avuto la possibilità di visitarlo al suo interno. Ma partiamo dall’inizio.

Nel 1904 a Firenze venne fondato l’Istituto Agricolo Coloniale Italiano con sigla IACI, che aveva la sua sede nel palazzo Guadagni a Porta al Prato.
Questo istituto fu fondato da un gruppo di agronomi e tropicalisti italiani per studiare e promuovere la conoscenza delle piante tropicali e le diverse applicazioni in campo agricolo e la formazione in loco.

Dal 1904 al 1924 gli studi riguardavano soprattutto le colonie dell’Eritrea, della Somalia e della Libia. Grande impulso allo studio fu dato soprattutto dal direttore Armando Maugini, e durante le fasi della seconda guerra mondiale l’interesse si fece via via più vivo con l’impennarsi delle mire colonialiste italiane in Africa orientale e settentrionale.

Venivano formati tecnici specializzati per riuscire ad affrontare le diverse problematiche che le colonie dovevano affrontare in terra straniera dal punto di vista agronomico. Il nome fu cambiato nel 1938 in Istituto agronomico per l’Africa Italiana e, sempre nello stesso anno, partirono i lavori di edificazione di un nuovo complesso che avrebbe ospitato la sede.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Istituto si dedicò alle problematiche agricole che gli emigrati italiani riscontravano in America Latina, supportandoli e aiutandoli a districarsi nella coltivazione in una terra diversa dall’Italia.

Nel 1959 l’istituto prese il nome che a tutt’oggi è rimasto immutato: Istituto Agronomico d’Oltremare.

Studio, formazione e specializzazione nelle piante tropicali e subtropicali. Cooperazione per lo sviluppo dell’agricoltura in paesi come Africa, America Latina, Europa orientale ed Asia. Progetti di lavoro sulla biodiversità e sull’agricoltura sostenibile in Paesi in via di Sviluppo con programmi di formazione e studio. Attività di geomatica (studio di informazioni acquisite in un determinato punto e loro utilizzo in tantissimi campi, come lo studio di correnti oceaniche, movimenti terrestri e via dicendo) e corsi di formazione in questo campo.
Sono queste alcune delle attività che svolge l’Agronomico d’Oltremare, che fa parte del Ministero per gli Affari Esteri.

L’edificio è stato progettato dall’ingegner Aurelio Ghersi, ed ha molti punti che lo rimandano allo stile del MIAR (Movimento italiano per l’Archiettura Razionale). Al suo interno una biblioteca che conta più di 131.000 volumi e 800 periodici. Un archivio fotografico con testimonianze del lavoro fin dai tempi delle colonie italiane, un bellissimo giardino con piante tropicali e subtropicali, una vasta collezione di prodotti agricoli ed una collezione entomologica. Insomma: tutto un mondo da scoprire!

Un’altra storia raccontata: tantissime altre ancora ci aspettano.

Chiara Giovannini

(Foto da Vecchia Firenze mia)

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