Il Campo di Marte visto da un grande storico fiorentino

Guido Carocci (Firenze, 16 settembre 1851 – Firenze, 20 settembre 1916), storico e letterato, ha ricoperto nel tempo ruoli di altissimo livello nell’Amministrazione delle Belle Arti; è stato una delle figure più significative impegnando gran parte della sua vita nella catalogazione e salvaguardia delle opere d’arte fiorentine e toscane.

Nel 1875 Carocci pubblica I contorni di Firenze che avrà più edizioni. L’ultima viene ripubblicata in due volumi, col titolo I Dintorni di Firenze nel 1906 e 1907. I Dintorni di Firenze per la ricchezza dei contenuti, la minuziosità della ricerca, la dovizia di aneddoti e particolari, offre al lettore la possibilità di cogliere quale doveva essere l’aspetto paesaggistico, architettonico e urbanistico delle nostre zone prima ancora delle due guerre mondiali.

Proprio leggendo l’ultima stesura del testo, mi è venuta la curiosità di ripercorrere ed immaginare come si presentasse agli occhi dell’autore, il Campo di Marte. La definizione degli spazi geografici, così come sono adesso, comparati con quelli di allora è operazione praticamente impossibile tanto sono cambiati, ma alcune notizie che vengono riportate consentono di tracciare quale fosse l’aspetto urbanistico della zona nel 1906/07.

Un percorso affascinante anche se di difficile lettura poiché molti degli edifici ( chiese, ville, vie) che egli menziona non si ritrovano più almeno nella loro enunciazione ufficiale. Si tratta di ricondurre nomi, proprietari , titoli ad edifici sicuramente esistenti ma con nomi diversi e, forse, qualcuno demolito o abbattuto durante il passaggio delle due guerre.

L’esiguo numero di immagini presenti, rende la ricostruzione ancora più difficile Comunque, pur con le dovute cautele storiche ed estrema sintesi voglio provarci lo stesso. Carocci inserisce il Campo di Marte nell’itinerario III. Barriera della Querce Viale del Campo di Marte – Viale Manfredo Fanti – Via Lungo L’Affrico – Majano — Via delle Cento Stelle – S. Gervasio – Fonte all’Erta – Via di Camerata — Via Alessandro Volta – Via delle Forbici — Via della Piazzola – S. Domenico di Fiesole. Raggiungibili con i seguenti mezzi di comunicazione: Tranvai Firenze – S. Gervasio – S. Domenico – Fiesole — e Firenze – Coverciano – Settignano. Perché si parla di barriera? Perché proprio lì si trovava l’ufficio daziario. Carocci la delimita così:

“Il corso del fosso di S. Gervasio che nasce nel colle di Camerata serve per un altro tratto di cinta fino alla sua imboccatura nel Mugnone ed in questo tratto s’incontrano le barriere della Querce e delle Cure.

La barriera sorge sul terreno che fu un giorno occupato dal ricco monastero camaldolense di S. Benedetto al Mugnone, edificato nel 1399 dalla famiglia Ricci e distrutto interamente nel 1529 pochi giorni prima dell’assedio”.

Così viene descritto quello che doveva essere il nuovo quartiere del Campo di Marte:

“Fuori della Barriera è quasi un nuovo quartiere della città sorto in un breve corso d’anni e composto di palazzi, villini, case, opifici industriali e monasteri. Diverse strade che attraversano questo nuovo e fiorente sobborgo guidano per differenti direzioni alle colline fiesolane che con lieve inclinazione s’innalzano dalla pianura di Firenze”.

Ed eccoci arrivati al Campo di Marte. Allora distesa verde tant’è che lo si poteva solo attraversare:

“A poca distanza è il vastissimo Campo di Marte o Piazza d’ Armi che il Comune di Firenze, espropriando parecchi poderi, creò nel periodo in cui Firenze fu capi- tale d’Italia per uso delle milizie della guarnigione. Attraversando il Campo di Marte e percorrendo il Viale Manfredo Fanti che gli gira attorno e dirigendosi verso il Viale lungo il torrente Affrico, s’incontra un gruppo di antiche ville che ebbero un giorno il nomignolo comune di Cantone perchè poste sul canto della via che da S. Ger- vasio conduce a Governanoseguendo il viale Lungo V Affrico fino al piazzaletto dove fu già la Barriera di Majano, soppressa ormai da vari anni, si trovano a breve distanza fra loro diverse strade che conducono a Majano ed alle numerose ville che popolano quella leggiadra collina”.

Via Centostelle doveva essere ben diversa e molto più lunga rispetto ad ora poiché iniziava dalla barriera delle Querce. Sempre nel testo si legge: “Dalla Barriera della Querce, move la Via delle Cento Stelle, un giorno umile e solitaria, oggi fiancheggiata da moderni ed eleganti edifìzj. Essa conduce direttamente alla Chiesa dei SS. Gervasio e Protasio”.

Interessante la descrizione che si fa della chiesa di San Gervasio e Protasio. Secondo Carocci questa chiesa ha origini antichissime, databili intorno al 395. Da un documento in possesso di Giovanni Fabbri ministro dell’Opera e guardaroba di S. Maria del Fiore, si dice che questa chiesa fosse stata eretta dallo stesso San Zanobi: “A. S. Cerbagio è nella parete della chiesa un S. Zanobi dipinto et a sotto alcuni quadretti entrovi miracoli e nell’ ultimo vi è dipinto la fabbrica di detta chiesa con l’iscrizione che dice che S. Zanobi la fece di suo, «cioè questa chiesa la fece fare S. Zanobi di suo”.

Purtroppo non esiste niente che possa confermare o smentire quanto affermato da Giovanni Fabbri. La chiesa è stata quasi completamente riedificata nel 1786 a spese del Granduca Leopoldo I.Dei tanti “Edifizi” citati dal Carocci e posti nel “Popolo di San Gervasio, oltre alla celeberrima Fontallerta, mi piace ricordarene due: Villa Martelli e Villa il Garofano prima che l’autore dei dintorni di Firenze pone a destra percorrendo il viale del campo di Marte, è da lui nominata Villa I Merli Carocci ci racconta che questa villa ebbe vari nomi nel corso del tempo fra i quali, il più curioso fu La bugia. Bugia perché alla facciata sontuosa ed ornata non corrispondeva all’interno altrettanta sontuosità. In pratica… “Alla facciata di elegante stile barocco del XVI secolo non corrispondeva la struttura interna del fabbricato, talché cotesta facciata altro non era che una vela di muro riccamente ornata, destinata a nascondere il cortile che si apriva fra le due ale dell’edifizio.”

Il podere padronale e l’edificio appartenevano, già nel XV secolo alla famiglia De’ Martelli, nobile e potente famiglia fiorentina in grande amicizia con quella dei Medici. La villa rimase per lungo tempo in mano ai Martelli e solo nel 1627 Simona di Lorenzo Guicciardini, vedova di Ilarione Martelli, la lasciò in eredità a Piero di Vincenzo Gondi. Sarà grazie a questo passaggio di proprietà e alla successiva ristrutturazione che darà alla villa l’aspetto odierno. Interessante ricordare che l’occasione di tale ristrutturazione vanno ricercati in una modifica della Via di San Gervasio, o “maestra” proveniente dalla Porta a’ Pinti, nella quale confluiva l’altrettanto importante direttrice di Via della Frusa (tuttora esistente).Nel 1732, la casa fu acquistata da Bartolomeo di Giuseppe Archi e nel 1773 passò ai Franceschini . Sono probabilmente di quel periodo le decorazioni interne. Ottocentesche invece le pitture decorative con ramages e velari di tipo pompeiano.In quel periodo i terreni che si estendevano verso est, furono interessati dalla definizione dell’area militare, il futuro “Campo di Marte”, avviata da Giuseppe Poggi nel 1866. La forma a campana dell’area fu certamente determinata proprio dall’esistenza della villa, che il Poggi sapeva di dover rispettare; ma i terreni circostanti vennero in larga parte espropriati, decurtando probabilmente anche il giardino padronale della villa.Durante la seconda guerra mondiale la villa ha subito ingenti danneggiamenti. L’attuale proprietà ha comunque continuato la ristrutturazione fino all’odierno restauro in bioedilizia.

La seconda si trova sulle alture di Fiesole salendo da viale Alessandro Volta nell’attuale zona di Camerata. L’edificio, compreso fra via delle Forbici e via della Piazzola, un tempo si chiamava Villa il Garofano. Questo edificio è appartenuto nientemeno che alla famiglia Alighieri, sì, quella del Sommo poeta che qui vi trascorreva le vacanze estive. Per ironia della sorte nei successivi passaggi di proprietà, venne in mano alla famiglia Portinari, sì proprio quella dell’amata Beatrice. La villa ebbe poi altri proprietari fino a giungere alla famiglia Bondi.

Così ne parla il Carocci: Ai signori Bondi, intelligenti ed appassionati cultori dell’arte, la villa di Dante Alighieri deve i sapienti ed accurati lavori che l’hanno restituita al decoro ed al carattere antico, le splendide decorazioni ed il ricco corredo di ricordi danteschi che ne evocano le antiche glorie. Vaghissimo è il cortile di carattere medioevale con doppio ordine di logge e con un antico pozzo dove sono scolpite le armi de’ Portinari.

In un documento proveniente dallo Spedale di S. Maria Nuova, trovo un ricordo relativo ad uno dei poderi che un giorno facevano parte del patrimonio degli Alighieri, ricordo che credo opportuno di riassumere, perchè costituisce una nuova prova dell’autenticità del possesso del Divino Poeta. “A dì 26 settembre 1408, gli esecutori testamentarj di Bonifazio del fu Ormanno Cortigiani, per pagare i debiti, vendono a Andrea di Giovanni Del Gallo inta- gliatore, una delle due parti d’un podere e torre diroccata in Camerata per 120 fiorini doro. Detto podere, si dice il podere di Dante Alighieri”.

Maria Cristina Calamai

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