La cantina al Campo di Marte

Negli anni ’60 dove ballavano i ragazzi del Campo di Marte?

Negli anni ’60 si ballava. Sì, ma come? Niente a che vedere con le discoteche odierne, tutta un’altra cosa. Innanzi tutto la musica era dal vivo, magari suonata da gruppi di amici che si erano messi assieme perché uno sapeva strimpellare la chitarra, l’altro aveva una discrete voce e l’altro ancora perché aveva il senso del ritmo e sa la cavava alla batteria. Proprio come i miei 4 amici: Paolo, Rossano, Enzo e Sergio che si erano uniti e avevano creato il “Gruppo” . Allora di canzoni da cantare ce ne erano tante molte delle quali, forse le più belle, erano cover di brani stranieri rivisitati in italiano e che spesso, per amor di rima,ne sconvolgevano il senso. Comunque i “nostri prodi” suonavano un po’ dovunque: nei circoli del quartiere o nelle immediate vicinanze ma non era affatto facile trovare qualcuno che volesse ingaggiarti. La loro platea era costituita in gran parte dagli amici che li seguivano sempre, come la sottoscritta. Si ballava di solito la domenica pomeriggio, più raramente dopo cena perché per le ragazze scattava il coprifuoco e sarebbe stato disdicevole danzare fra soli maschietti. Esistevano anche le così dette “Sale da ballo” più organizzate che ospitavano “Gruppi” un po’ meno sconosciuti come quella più famosa dell’Andrea del Sarto. Eh! Li sì che facevano le cose sul serio! La sala era grande e la pista altrettanto, ai lati della pista una a destra e l’altra a sinistra, erano posizionate due file di sedie: da una parte sedevano gli uomini e dall’altra le donne. Nella parte riservata alle donne dietro le sedie sulle quali sedevano, ce ne erano altre ove prendevano posto le madri delle ragazze. Sì perché a “ballare” non si poteva andare da sole, tutto si doveva svolgere sotto l’occhio vigile e attento del familiare che interveniva con gesti inequivocabili quando, durante “Un lento”, le mani non erano proprio posizionate al loro posto… Mio padre, ballerino provetto oltre che bravo musicista, insisteva per portarmi in quelle sale da ballo ma a me sembrava un rituale ridicolo quello che consumava lì, attendere l’arrivo di qualcuno della fila di fronte che gentilmente ti chiedeva ; “Signorina vuol ballare con me?” invito al quale io opponevo sempre “no grazie”. Una volta un ragazzo, dopo l’ennesimo rifiuto mi chiese giustamente: “ma che ci stai a fare lì allora?!” Infatti che ci stavo a fare?

La bambola in vetrina, soffrendo il peso degli occhi addosso, avrei voluto essere dovunque anche in un campo di ortiche ma lontana da lì. Dopo un’oretta di sofferenza imploravo mia madre di portarmi via dicendo che avevo una montagna di libri da studiare e che all’indomani ci sarebbe stato un compito importante a scuola e allora, di fronte a cotanta figlia responsabile e studiosa uscivamo ed io felice di respirare aria pura, mi soffermavo ad osservare gli alberi del viale, le poche auto in transito, le vetrine dei negozi chiusi e tutto mi sembrava stupendo quasi fossi uscita dall’inferno e mi stessi riappropriando di una identità perduta.

Fra gli amici che costituivano la mia compagnia ce n’era uno che abitava in un villino al Campo di Marte e, rivolgendosi soprattutto ai 4 musicisti disse: “Ragazzi io ho una cantina, se mi date una mano a renderla un poco accogliente possiamo ballare lì”. Non ce lo facemmo ripetere due volte. Il giorno successivo eravamo tutti in quella cantina armati di scope, spazzoloni e stracci e in poco tempo fu tirata a lucido e pronta a nuova vita. L’arredamento ? Molto essenziale: sedie in disuso, sgabelli restituiti a nuova vita grazie ad una mano di vernice, una pedana gentilmente concessa dal padre di un amico, luci soffuse quanto basta.

Ecco fatto la nostra cantina era pronta per essere inaugurata la domenica successiva. Tanto ho odiato quelle sale da ballo belle e formali quanto ho amato quella cantina senza pretese dove si esibivano i miei 4 amici. Sapevamo ormai a memoria il repertorio, quali e quanti brani avrebbero proposto e noi, tutti amici, ballavamo su quel pavimento un poco sconnesse, col rischio di cadere quando volevamo cimentarci in scatenati rock and roll.

Avevo diffidato i miei genitori dal seguirmi, ovviamente sapevano dove ero, ma lontana dai loro sguardi mi sentivo più libera. Non c’era alcun bisogno di osservare i loro gesti: se ballando un lento le mani non erano posizionate al loro posto ci pensavo da sola a ricollocarle dove dovevano stare!! Non dovevo attendere nessuno che mi invitasse, non ce n’ era bisogno ci conoscevamo tutti, bastava una mano protesa e ci alzavamo dalla sedia senza tante formalità. Erano questi i primi timidi tentativi soprattutto per le giovani ragazze, di svincolarsi dalla sorveglianza, talvolta ingiustificata, dei genitori, parlare, ridere delle battute ironiche dell’amico più simpatico del gruppo, bere insieme in un bicchiere di carta con due cannucce una innocente aranciata, indossare una gonna sopra il ginocchio e una maglietta appena attillata, insomma primi vagiti di un ’68 che ancora non era esploso ma che di lì a poco ci avrebbe coinvolto e sconvolto con la sua prorompente carica di vitale novità.

Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza avrebbe detto Manzoni. Io non sono Manzoni ma faccio la stessa domanda.

Maria Cristina Calamai

 

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