Il Liberty a Firenze: prima parte

Il Campo di Marte è il quartiere nel quale sono maggiormente rappresentati edifici in stile Liberty.

Comincia oggi il nostro viaggio tra le opere del principale esponente fiorentino: Giovanni Michelazzi.

Se ne possono ammirare ben 6 di edifici Liberty. Altri sono stati demoliti negli anni ’50 e ’60 per far posto alla cotruzione di nuove abitazioni durante il così detto boom edilizio.

La scelta del Campo di Marte

Perché proprio il Campo di Marte? Probabilmente perché era un quartiere abbastanza nuovo. Le origini si fanno risalire intorno al 1812 ad opera dell’architetto Cambray Digny per l’addestramento dell’esercito Toscano dopo l’occupazione ad opera di Napoleone.

Il nuovo stile, dunque, avrebbe potuto svilupparsi solo in periferia perché nella Firenze centro, culla del medioevo e rinascimento per il nuovo non c’era posto né lo si volle trovare.

Giovanni Michelazzi

Quasi tutti gli edifici Liberty presenti a Firenze, o meglio quanto è rimasto di essi, portano tutti la stessa firma: Giovanni Michelazzi. Sarebbe più corretto dire due firme, quella dell’architetto Giovanni e quella di Galileo Chini ceramista tra i protagonisti dello stile Liberty in Italia con il quale ha sempre collaborato.

Quasi tutti gli edifici fiorentini furono realizzati fra il 1907 e il 1917. Il giovane architetto venne incaricato di ristrutturare una villa presso il Poggio Imperiale alla quale aggiunse una veranda laterale e una pensilina all’ingresso modificandone lo stile classicheggiante. Poche cose furono sufficienti per dare all’edificio un nuovo aspetto dal quale erano più che evidenti gli influssi del nuovo stile. L’utilizzazione del vetro e della pietra artificiale insieme alle fluide forme di ispirazione vegetale e zoomorfa, richiamavano in modo esplicito l’influsso dell’Art Nouveau.

Questa prima opera sarà fondamentale ed ispirerà tutte le successive il cui stile si riconosce proprio nella presenza delle decorazioni applicate alla superficie muraria.

Non furono però “Tutte rose e fiori”. Le opere di Michelazzi vennero pesantemente attaccate dalla critica del tempo poco incline all’accettazione delle novità come molto chiaramente ci fa capire Alfredo Melani, che scrive: “a Firenze è in uso un tipo d’architettura derivato dallo stile il cui rappresentante maggiore fu Filippo Brunesseschi; e la imitazione quasi pedantesca toglie ogni originalità alle costruzioni fiorentine. Ne fanno fede non solo i Villini ma le Palazzine della città (…): sovente graziose, costrutte in pietra serena azzurreggiante, sembrano uscite tutte da un medesimo stampo. E non par vero che gli architetti fiorentini non tentino qualcosa di nuovo, di inedito, di personale”.

Instancabile professionista quale era, Michelazzi non si arrese e lavorò a vari villini che gli vennero commissionati, fedele al nuovo stile, incurante della critica e della stampa che lo ignorava.

Nel primo decennio del Novecento vedono la luce altri progetti : il villino in viale Michelangelo (1904), villa Ventilari (viale Mazzini, 1905,demolita), il villino per Ettore Ravazzani (via Scipione Ammirato, 1906), il villino del Beccaro (detto “La Prora”, via Guerrazzi, 1907), i villini Lampredi (via G. della Bella, 1907-09), la casa-emporio Vichi (via Borgo Ognissanti, 1910).

Dalla collaborazione con Galileo Chini gli edifici si caratterizzano e si valorizzano attraverso affreschi e decorazioni ceramiche sapientemente integrati con la superficie muraria. Interessante la presenza di un dettaglio a forma di Drago, una sorta di firma da parte dell’architetto.

Il villino Broggi

Il 1911 sarà l’anno di realizzazione del suo indiscusso capolavoro: il villino Broggi-Caraceni ( via Scipione Ammirato, Firenze). In questo villino il Liberty si mostra apertamente con le caratteristiche che lo rendono unico. Le ringhiere sinuose in ferro battuto, i balconi bombati, i portoni e la gronda imponente, conferiscono a questo edificio un profilo unico ed esclusivo. L’interno venne affrescato da Galileo chini mentre la scala elicoidale che porta ai piani superiori ha la forma di un drago stilizzato. Una grande lanterna illumina il vano scale.

Giovanni Michelazzi partecipò poi alla Grande Guerra. Tornato dal fronte, molto provato da quella esperienza, iniziò a lavorare al villino Baroncelli, in via Duprè. Non riuscì a portarlo a termine perché i rapporti con la moglie si erano irrimediabilmente deteriorati . Abbandonata la casa coniugale chiese che gli fossero affidati i figli e, dopo il rifiuto del tribunale, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1920 si uccise sul piazzale del Collegio della Badia Fiesolana, dove intendeva iscrivere il figlio; in tasca gli fu trovata una lettera in cui accusava la moglie di infedeltà.

Maria Cristina Calamai

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