Il giardino del Campo di Marte: Silvia ed io

La nostra Maria Cristina Calamai ci porta indietro nel tempo con un altro prezioso ricordo.

A quel tempo abitavamo in un villino a Campo di Marte. C’era un giardino.

Era esteso e vi si trovavano molti alberi da frutto: un albicocco, un fico, un susino, un pero, un nespolo e, nel centro, un filare di viti. Non mancavano alcune aiuole fiorite e due orci pieni di limoni. Al giardino si accedeva attraverso una scala che, dall’abitazione posta al primo piano, portava ad una stanza più in basso: si apriva la porta finestra ed eccolo! Quel meraviglioso giardino.

Mio padre per motivi di lavoro (era il tecnico responsabile degli impianti di trivellazione del gruppo E.N.I.) passava molti mesi all’estero ed io ho trascorso gran parte della mia infanzia con mia madre. Mia sorella era già grande e poco aveva da condividere con una bambina.

Il giardino era il mio regno che dividevo con la mia canina Zara (un bellissimo cane pastone tedesco) e, con non poche difficoltà, moltissimi gatti. Non avevo molte amicizie ma una sola contava per dieci: Silvia.

Silvia

Silvia abitava in una via adiacente la mia e dal giardino riuscivo a vedere le sue finestre all’ultimo piano. Al mattino, a scuola concordavamo l’ora nella quale entrambe ci saremmo affacciate per invitarci a giocare insieme con il permesso delle mamme naturalmente!. Silvia scendeva e insieme potevamo contare dello spazio offerto dal giardino.

Arrampicarci sugli alberi per gustare i frutti che ci offrivano era uno dei giochi preferiti. Ricordo ancora il gusto di quei frutti colti e mangiati, non contaminati da pesticidi così, senza necessità di lavarli. Le nespole erano quelle che ci piacevano di più. Dolcissime facili da sbucciare con i quattro noccioli bellissimi e scivolosi. Mi ostino ancora ad acquistare nespole ma ad oggi non ne ho trovata alcuna che si avvicini anche un po’ al sapore di quelle. Silvia ed io inventavamo storie nuove ogni giorno, parlavamo con gli alberi che un giorno erano gentili fanciulle ed un altro principi e principesse, nella migliore tradizione dell’animismo tipico dei bambini, non avevamo bisogno di giocattoli che riescono a fare tutto da soli con l’ausilio di una pila, il nostro giocattolo preferito era la fantasia che inventa, trasforma, crea e in quel giardino essa poteva espandersi all’infinito.

Alle ore 16.30, puntuali come un orologio svizzero si affacciavano alla finestra le nostre mamme : “Bambine è l’ora della merenda” “Che c’è?” rispondevamo : “ Pane olio e sale, pane e pomodoro, pane vino e zucchero”. Sceglievamo una delle proposte e mangiavamo insieme. Nel mio salotto, posizionato su un carrello ad hoc, faceva bella mostra di sé un televisore, uno dei pochi all’epoca considerando che sto parlando del 1958 forse 1959 e, per gentile concessione di mia madre, sedevamo sulle poltrone e potevamo guardare “ Le avventure di Rin Tin Tin”, la serie televisiva che narrava le gesta di Rusty, un bambino diventato orfano durante una incursione indiana e salvato dai soldati di una postazione di cavalleria di stanza a Forte Apache e del fedele cane Rin Tin Tin. Dopo, se non era troppo tardi, di nuovo in giardino.
Il 15 febbraio del 1961 assistemmo ad un evento raro: l’eclissi totale di sole. Anche in quell’occasione fu protagonista il giardino. La scuola aprì i suoi cancelli un’ora dopo per permettere ai bambini di assistere all’evento da casa. Il suocero di mia sorella, che lavorava all’Istituto geografico Militare, ci aveva regalato delle pellicole dalle quali sarebbe stato possibile guardare il sole e seguire le varie fasi dell’eclissi fino alla oscurazione totale. Silvia ed io con i nostri grembiuli bianchi ed il fiocco blu, seguimmo tutto dal giardino. Ricordo lo smarrimento degli animali: gli uccelli cinguettavano e svolazzavano in maniera anomala, Zara ululava e i gatti fuggirono a nascondersi.
Così ogni giorno per molti anni Silvia ed io, inseparabili amiche, abbiamo trascorso l’infanzia dove? In giardino. Era bello in ogni stagione anche d’inverno quando gli alberi erano spogli e, qualche volta, ammantati di neve. Lo guardavo dietro i vetri delle finestre appannate disegnando strane figure con le dita, aspettando il prossimo sole per poter scendere di nuovo a giocare con lui e Silvia.

Nel 1962, concluso il ciclo di scuola elementare io mi trasferii a Coverciano. Altra scuola, altri amici. Silvia ed io non ci siamo né viste né sentite più.

Non ricorderà niente…

Questo ho deciso di iscrivermi a Facebook, una delle prime cose che ho fatto è stata quella di cercare il profilo di Silvia. L’ho trovato e, come mia abitudine quando chiedo l’amicizia a qualcuno, l’ho contattata attraverso messenger ricordandole proprio quel giardino dove insieme abbiamo trascorso l’infanzia. “Non ricorderà niente”, pensai, “Non risponderà al messaggio”. Invece no anche Lei come me non aveva dimenticato nulla. Ci siamo incontrate dopo 55 lunghi anni ed è stato bellissimo! Abbiamo parlato per un pomeriggio intero di noi delle nostre vite e di quel giardino verso il quale ancora oggi passando in auto non posso fare a meno di volgere lo sguardo.

Maria Cristina Calamai

 

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