Via Fibonacci

Ero piccola, sei – sette anni non di più, e Lucia la mia migliore amica, di due anni più piccola, abitava al piano sopra al mio. Inevitabilmente siamo cresciute insieme. Inseparabili come succede a quella giovane età, ma anche dopo, negli anni a venire.
In cima alla in salita dove la strada si immette nel Viale Augusto Righi, un cancello che da su un campo coltivato e con alberi da frutto
È primavera, e dopo i consueti compiti a casa arrivava il momento della merenda.
In quelle belle giornate tiepide era difficile tenerci in casa.
Mia mamma aveva da badare a mio fratello piccolo e spesso le uscite pomeridiane, per prendere una boccata d’aria, erano affidate a Gelsomina, la nonna di Lucia.
Era lei che, con la merenda a pane e marmellata fatta rigorosamente in casa, o pane e mortadella, da noi molto più gradita, ci prendeva per mano e ci portava al di là di quel cancello del viale Righi a camminare nel prato tra gli alberi fioriti.
Ad aprirci un contadino, che lavorava la terra di quel posto magico. A volte non eravamo sole: ci facevano compagnia un paio di buoi bianchi che pascolavano in lontananza e che d’autunno vedevamo al lavoro attaccati all’aratro.
A noi bimbette sembrava di entrare in un’altra dimensione, e forse era proprio così.
Le scampagnate a pochi metri da casa e i giochi sull’erba di quegl’anni resteranno per sempre nella mia memoria: come per Alice, il Paese delle Meraviglie.

Patrizia Penco

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