Il ponticino azzurro sull’Affrico

Ospitiamo con estremo piacere un contributo di Cristina Orlandi che, stimolata dagli articoli della nostra Chiara Giovannini, ci aiuta a ricostruire com’era il Campo di Marte: com’era l’Affrico.

Mi chiamo Cristina Orlandi e sono nata a Firenze  nel giugno del 1965. Dopo una fase di continua transumanza iniziata nel 1968 e finita nel 1972, per motivi di lavoro, ci siamo spostati da Firenze, Grassina, a Larderello, poi in Calabria, Mormanno e poi in Lunigiana, con il mio babbo e la mamma ed il mio fratello Marco, giungemmo a Firenze, nel lontano 1.° Maggio 1972. Andammo ad abitare in Via Santorre di Santarosa al nr. 2. Dalla finestra di casa mia si vedeva e si vede tutt’ora il torrente Africo con i suoi ponticini che collegavano la riva destra a quella sinistra. Allora, eravamo bambini e per noi tutto era fonte di scoperta e di avventure, e perché no anche di attraversamenti, quasi proibiti dei ponticini, nei lunghi pomeriggi di gioco, scanditi solo dai punti fissi dell’ora per fare la merenda e quella per fare i compiti.

Mi ricordo che, con la mia banda di piccole pesti, tutti abitanti in zona, andavamo  nei pressi del torrente. Dico nei pressi perché allora non era coperto il torrente e quindi non si poteva traversare se non dove c’era per l’appunto una passerella o ponte.

Mi ricordo che il mio era un ponticino di ferro celeste,  al’altezza dell’angolo che la strada fa con Viale Edmondo De Amicis. Il ponticino con la pedana di alluminio zigrinata, era per noi un modo di  mettercisi a sedere con le gambe “penzoloni” e dare sfogo alla nostra fantasia.

Ad esempio tirare  con la cerbottana ai fustini di latta che  erano stati gettati nel torrente oramai quasi a secco, buttare sassi o altro.
Intanto passa il tempo, che purtroppo mi spiace ma non riesco a quantificare, e in base ad un progetto di interramento dei torrenti fiorentini (l’Africo fu tombato nel fu dato inizio alla dismissione  dei ponticini e per un po’, dati i tempi burocratici italiani, tutti i ponticini che, ricordo erano sull’Affrico, furono dismessi e smontati, quello “nostro” fu lasciato li per un po’, sul letto dell’Affrico, nel frattempo oramai ridotto ad un rigagnolo pieno di rifiuti e talpe. Dopo furono spostati in zona Salviatino, di là dal torrente, all’altezza per intenderci della rotonda dopo Via del Pino, in una area di discarica, dove pensate adesso c’è un complesso di case signorili. Noi li andavamo a giocare con le cerbottane proprio sul vecchio ponticino e con le biciclette e poi d’estate ci facevamo la merenda seduti sopra, fra bidet abbandonati, calcinacci e quant’altro veniva gettato in questa discarica. Una volta trovammo dei fili di lana colorati e decorammo il ponticino ad uso albero della cuccagna, cioè girando tutti i fili intorno alla struttura.

La chiusura del torrente, al di là della validità tecnica dell’opera, rappresentò per noi, la fine di una era di gioco e l’inizio di un’altra, questa volta fatta di scorribande in questo nuovo giardino che era stato creato sopra al torrente con gli alberi giovani e l’erba fresca ed i pini ancora in fasce.

Ma ahimè, le talpe e la discarica ben presto sarebbero stati rimpiazzati dagli escrementi dei cani, infatti e qui arriviamo ai giorni nostri, il nostro povero Affrico, è diventato un’area cani, ad hoc, un ostello per i senzatetto e un semplice attraversamento pedonale, nessuno più vi gioca, o ci si siede per riposarsi, mentre lui sotto continua a scorrere dimenticato.

Concludo con una strofa della composizione di D’Annunzio, intitolata ad Affrico:

“…il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola”

 

Cristina Orlandi

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