“Ti porto alla Giostrina!”

Un tenero ricordo d’infanzia di Maria Cristina Calamai che ci guida a conoscere il carosello del Campo di Marte.

Al Campo di Marte c’era una “Giostrina”. Quando ero piccola, nelle tiepide mattinate di tarda primavera, aspettavo mio nonno che venisse a prendermi per la consueta passeggiata. Lui abitava in via Andrea del Sarto ed io in via Lorenzo di Credi.

Lo scorgevo pedalare in sella alla sua bicicletta, al di là del passaggio a livello e fermarsi nell’attesa che le sbarre si alzassero. C’era anche un sottopasso, stretto, umido, sporco e maleodorante e lui non lo usava mai. Quando il treno era passato e udivo il “din din” della campanellina, sapevo che di lì a poco sarebbe arrivato. Io, col mio abitino azzurro, fiocchettino sui capelli e scarpette nere lucide da ballerina, aprivo la porta alla quale arrivavo a mala pena e gli salivo in braccio chiedendo: “Dove mi porti nonnino!” . Era un rituale perché sapevo già la risposta: “Ti porto al Campo di Marte, alla “Giostrina!”

Sedevo di lato sulla canna stringendo forte le mani sul manubrio, poco lontano dalle sue. Mi pareva lontano il Campo di Marte allora, il nonno pedalava piano e, sul nostro cammino, incrociavamo altri ciclisti, qualche lambretta molto raramente un auto.

La “Giostrina” si trovava quasi sulla strada, davanti all’odierno Bar Maratona e lo spazio del mercato rionale. Era una dimessa giostra “Caroselli”, questo è il nome originale a carattere Europeo che veniva dato a queste giostre. Non c’erano luci sfavillanti ed i cavalli e le carrozze di legno smaltato erano consunti dal tempo e sverniciati in più punti.

Non mancava la musica che accompagnava i “Giri”. Usciva da un grammofono alimentato dalla corrente elettrica da un lungo filo che finiva all’interno di una roulotte. Ricordo bene quelle musichette, simili a quelle di un organetto da strada come il piano a cilindro che si azionava con la manovella.

I proprietari erano madre e figlio, persone sicuramente povere ma dignitose. Poco lontano si trovava una roulotte di legno con le persiane verdi che doveva essere la loro abitazione.
Mio nonno doveva conoscere bene i proprietari perché si salutavano amichevolmente ma non ho mai saputo il loro nome. “Cosa scegli stamattina?” chiedeva nonno Gino. Di solito amavo sedermi nella carrozza immaginando di essere una principessa lussuosamente vestita in viaggio verso chissà quale castello.

Altre volte invece sceglievo il cavallo che però dovevo io far dondolare spingendomi in avanti e indietro come fosse un’altalena.

Quando i bambini erano seduti ai loro posti il figlio della signora annunciava l’inizio del giro: “Si parte!” La “Giostrina” era sorretta da lunghi pali che dal tetto arrivavano alla pedana girevole e quel signore la spingeva a mano. Farla partire doveva essere una immane fatica, lo si vedeva benissimo, fino a quando non prendeva velocità ed allora era sufficiente continuare con qualche tocco affinchè non si fermasse. Stessa cosa dicasi quando doveva fermarla.

Non sempre, ma alcune volte si fermava vicino alla “Giostrina” un signore con una strano carretto, meglio dire un triciclo. Il suono di una campanella ne annunciava l’arrivo e gridando a gran voce, invitava ad assaggiare i suoi dolciumi: le mentine di zucchero colorato, i duri di menta e in piccolissime bottigliette un liquido dolce e rosso che doveva essere rosolio. Impossibile resistere! Mio nonno qualcosa mi comprava sempre.

Il Campo di Marte era una gran distesa d’erba e, qua e là si potevano scorgere fiorellini spontanei e qualche papavero che non mancavo mai di raccogliere portando a casa il prezioso mazzolino. Non c’era altro se non lo stadio che svettava in mezzo alla distesa verde. “Lo vedi?” mi diceva il nonno, “Lì la domenica ci gioca la Fiorentina”. Ascoltavo distrattamente, non sapevo chi fosse la Fiorentina allora e non immaginavo che, molti anni dopo, avrei anch’io salito quella splendida scala elicoidale progettata dal Nervi.

Poi mio nonno se andò. Nessuno mi disse cosa fosse accaduto ma, inconsciamente lo capii da sola.
Con la mamma ed il babbo sono tornata altre volte al Campo di Marte, alla “Giostrina” ma no ho voluto salirci più, né su quella né su altre.

Maria Cristina Calamai

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