Telemaco Signorini: il macchiaiolo innamorato di Settignano e Piagentina

Figlio d’arte, suo padre dipingeva alla corte del Granduca. Tra i primi del gruppo a dipingere all’aperto, en plein air. Come già accadeva in Francia con la Scuola di Barbizon.

Il caffè Michelangelo

Vero animatore dei primi incontri al Caffè Michelangelo, storico caffè fiorentino, ora non più esistente, ove si tenevano discussioni politiche e dove venne a formarsi un sodalizio d’artisti, quasi tutti toscani, che dopo il 1860 contribuì in modo decisivo al rinnovamento dell’estetica pittorica tradizionale.

In particolare si ritrovavano giovani artisti in rivolta con l’arte accademica della vicina San Marco.

Per la loro maniera di dipingere con larghe macchie di colori puri vennero definiti Macchiaioli.

Telemaco è lo storico-politico degli animati dibattiti, forte del suo vastissimo bagaglio culturale. Adriano Cecioni, autore fra l’altro di un bellissimo dipinto che ritrae gli artisti presso il Caffè Michelangelo, ce lo descrive come era in quell’epoca:

Signorini ha sempre portato gli occhiali e allora aveva la barba e i capelli interamente biondi; bocca larga e labbro piuttosto grossi, collo forte, aspetto da forestiero, cosa alla quale ha sempre mostrato di tenere moltissimo. La maniera compassata e sardonica con cui trattava chi non godeva della sua stima era peggiore dell’ingiuria.

Piagentina

Telemaco Signorini doveva avere un legame molto forte con i luoghi e i paesaggi delle nostre zone. Lo testimonia la grande quantità di opere che questo pittore ha loro dedicato: Il ponte sull’Africo, via Frusa, casale a Coverciano, la strada della Capponcina. Opere materializzatesi nella campagna di Piagentina.

Egli stesso ne parla:

Nella Firenze di allora fuori la porta alla Croce, si costeggiavano le mura lungo un sobborgo. Fino alla Torre Guelfa. Di qui dove erano le ultime case e dove con mia madre e il mio fratellino abitavo io, la strada si divideva in due: una portava a un bel viale di platani che andava diritto al ponte sospeso sull’Arno; l’altra inoltrandosi per un lungo tratto fra i campi fino a un ponticello sull’Africo. Al di là del ponticello si stendevano gli orti e le case coloniche di quella campagna umile e modesta che fiancheggia l’Arno detta Piagentina.

Non sarà solo a Piagentina. Si uniranno a lui artisti del calibro di Silvestro Lega, Odoardo Borrani, Giuseppe Abbati e Raffaello Sernesi dando vita all’ormai nota Scuola di Piagentina o Pergentina come lui stesso amava chiamarla.

Gli orti, gli ulivi, i casolari, la campagna, i ruscelli e la vita umile ma intensa degli uomini di allora diventano elementi di primo piano che assumono anche valore sociale e politico. Amore per una vita e un paesaggio semplice, dove i tempi sono scanditi dalle stagioni, dal lavoro negli orti, nei campi contro quella nuova realtà che si apprestava a modernizzare la città nel periodo di Firenze Capitale. Non è infatti casuale che Telemaco Signorini abbia legato il suo nome e le sue opere, più di tutti gli altri pittori della macchia, al colle fiorentino di Settignano, lasciando creazioni e testimonianze fedeli di una Firenze che si apprestava a entrare nel Novecento.

Settignano

Intorno al 1880 infatti è l’epoca di Settignano. Un sentimento di entusiasmo pittorico, per una vita che trascorre via, coi suoi costumi, con la sua parlata limpida nella luce diversa di ogni giorno. Settignano: piazzette sparse di bambini e sulle strade le donne che si incontrano a parlare. Un canzoniere pittorico. La poesia del quotidiano, il fluire di vite semplici e dimenticate, la possibilità di dipingere la luce che passa tra le cangianti foglie degli ulivi, la bellezza unica delle stagioni e del tempo affascinarono molti pittori macchiaioli alla ricerca di nuove luci e nuovi temi e il primo a fissare sulla tela fu proprio Telemaco Signorini.

L’osteria Scheggi a Settignano

Signorini raffigura il cortile di un edificio, l’osteria della famiglia Scheggi. Tutta la veduta è realizzata con rapidi tocchi di colore (le macchie). Al centro un tavolo con alcune panche e in gattino bianco di spalle seduto sopra uno sgabello. Manca totalmente la presenza umana che tuttavia si può immaginare dalle finestre aperte. La luce solare che ancora non illumina il cortile fa presumere sia mattina presto. In lontananza si vede il campanile della chiesa di Settignano. L’unico elemento che stabilisce un legame fra il paesaggio e la presenza umana nascosta all’interno è proprio quel gattino bianco che lo contempla, invitando chi osserva a fare altrettanto.

Maria Cristina Calamai

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