Il Tabernacolo di via dell’Arcolaio

Oggi parliamo di un’edicola. Molto bella, particolare ed unica nel suo genere. Speciale perché è un gioiello del Quartiere 2. Artisticamente la si potrebbe definire anche Cappellina avendo al suo interno un’immagine sacra. Nel nostro linguaggio normale questa edicola noi la chiamiamo in un altro modo: tabernacolo.
Il tabernacolo di via dell’Arcolaio lo conosciamo tutti. Ci siamo passati davanti e lo abbiamo guardato ammirati. Magari abbiamo anche sfamato qualche gattino che si trovava all’interno. In tanti si ricordano che non è sempre stato così, girato verso la via. I più fortunati si ricordano di quando era voltato dall’altra parte e di quando si trovava al punto estremo della grande area che era occupata dalla Fornace Donati che arrivava fino a via lungo l’Affrico angolo via Gualberto.
Mi sento spesso dire che il mio palazzo si trova su questa area, e la leggenda narra che le mattonelle della mia casa fossero state realizzate proprio dalla Fornace. Non so se sia vero mi piace pensare che un pezzo di questa storia sia ancora vivo. Fu Baccio Bandinelli in una data imprecisata del 1500 a volere questo tabernacolo. Lo fece costruire di tasca sua in un terreno di sua proprietà. Il perché lo volle non è dato saperlo io ad esempio, ho sempre sentito dire che  fu eretto in memoria delle tantissime vittime della peste che colpì Firenze nel 1348.
Non sappiamo neanche come mai abbia scelto proprio quel punto preciso. Negli anni di Baccio Bandinelli, quella zona era aperta campagna ma ci sono varie ipotesi, tra le quali spunta una storia che parla di un lazzeretto che si trovava proprio in quel punto ed in cui erano ricoverati gli appestati dalla peste nera. Purtroppo non ne abbiamo la certezza.
Il nostro tabernacolo può essere descritto come una loggetta, con la copertura a mattoni sorretta da due colonnette dai capitelli composti da pietra serena. Alla sommità dell’arco è murato uno stemma in marmo della famiglia Bandinelli, consistente in una croce gigliata con a fianco una palla con la quale i Medici gli avevano concesso di fregiarsi.
Nel 1960 l’intera area viene acquisita da un’impresa edile che inizia a lottizzare l’intera area per urbanizzarla. Nel 1958, il nostro tabernacolo era stato dichiarato bene vincolato dalle Belle Arti, ma durante la fase dei lavori di costruzione di nuovi palazzi e condomini, questo era a rischio di distruzione.
Questo piccolo gioiello di architettura sacra cinquecentesca è stato salvato da un Comitato per l’estetica cittadina il quale, nel 1961, riuscì ad impedire che le grandi costruzioni condominiali che stavano sorgendo tutto intorno fagocitassero anche il piccolo pezzo di terreno sopra al quale il tabernacolo sorgeva.
Va notato tra l’altro che le esigenze urbanistiche imponevano di far passare la nuova strada alle spalle del Tabernacolo ed, appunto per venire incontro a queste, esso venne completamente smontato. Dopo il restauro dei vari pezzi, che il tempo aveva ridotto in condizioni disastrose, il tabernacolo fu rimontato invertendone l’orientamento, e cioè con la fronte rivolta verso la strada. Una volta che fu risistemato, dato che ormai non vi era più la minima traccia dell’immagine che un tempo vi doveva essere affrescata, il Comitato per l’estetica cittadina vi fece collocare a proprie spese un affresco ottenuto dipingendo e ritoccando le pallide tracce che erano rimaste sull’intonaco di un affresco opera di Matteo Roselli (1578-1650) quando questo ne era stato distaccato. (restaurato dal pittore Benini).
Si trattava di un affresco che in origine era nella Chiesa di Santa Maria De’ Pazzi in Borgo Pinti e che faceva parte di una serie composta da quattro scene della vita di Gesù, tutte dello stesso autore, che si trovavano in una parte del Monastero che venne demolita per per aprire via della Colonna. L’impostazione della scena risulta chiaramente derivata dalla famosa “Samaritana al pozzo” dipinta da Alessandro Allori  (1535-1607) nel chiostro dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova.
Purtroppo nel 1971 l’impresa edile cede il bene ad una nuova società che malauguratamente fallisce nel 1971. Il tabernacolo passa nel dimenticatoio, tanto più che il curatore fallimentare non si occupa neanche di venderlo insieme al resto dell’area. Quelli che erano i proprietari del tabernacolo e del pezzo di terra in cui si trova lo rifiutano, e di conseguenza, secondo il codice civile, questo prezioso bene passa allo Stato.
Il problema è che non esiste un pezzo di carta, una sentenza del Tribunale, che attesti questo passaggio e ne renda possibile la vendita a chi potrebbe farlo rinascere. Non esiste un atto di rinuncia da parte degli eredi e purtroppo la remota se non impossibile possibilità che possano saltare fuori degli eredi blocca ogni cosa.
Ed è così che lo vediamo oggi. Un piccolo angolo di arte e storia quasi dimenticato..e lasciato all’abbandono. In effetti è un dispiacere passare da via dell’Arcolaio e vederlo così. Sarebbe bello potersene occupare. Molte persone sarebbero felici di potersene occupare, noi per primi. Dovremmo riformare quel Comitato per l’estetica che lo salvò anni fa. Ce n’è ancora bisogno.
Chiara Giovannini- Giovanni Abbazzi

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